Provateci voi

– Servizio civile, ah ma dai? Dove?
– In Kosovo
Silenzio.
-Dove?
-In Kosovo

E’ un po’ questa la reazione che mi sono trovata davanti da parte di amici e conoscenti prima di partire. In quei rari casi in cui chi avevo di fronte riusciva a dare una collocazione al Kosovo – che so, tra un punto non ben definito dell’Europa e un punto non ben definito dell’est – mi veniva chiesto: “Ma l’hai scelto tu?”. Come a dire: “non potevi scegliere il Guatemala?”
E’ vero, ammettiamolo, non è che il Kosovo suoni come il posto più figo del mondo. Alle orecchie degli altri.

Ma per me si.

Io non vedevo l’ora di andarci. Di venirci. Di viverci. Di spenderci più tempo, di capire meglio quello che da bambina sentivo confusionato al tg e di cui gli adulti parlavano. Di quello che mi hanno raccontato colleghi ed amici. Non vedevo l’ora. Perché il Kosovo è stata la prima cosa che ho visto quando ho deciso di visitare e vivere nei Balcani. Da quel momento mi è entrato dentro, e c’è restato.
Le casette rosse di mattoni non finite, le strade polverose, le moschee. La storia di questa Serbia così ingombrante e di un’identità travagliata e rivendicata rossa e nera, a forma di aquila bicefala. Io voglio capire la gente del Kosovo. I bambini, le donne e gli uomini, i vecchi. I Serbi e gli albanesi. La loro storia, i loro anni di guerra. Io voglio capire cosa succedeva a un’ora di aereo dall’Italia, da noi, quando io andavo a scuola con la cartellina rosa dell’Invicta.

Ecco perché io volevo venire in Kosovo.

E il Kosovo mi ha accolto con un cazzotto nello stomaco. Mi ha accolto con la storia dei migranti. Si, perché a Prizren – dove sono io – sono arrivata a ridosso del DokuFest, una evento culturale fra i più famosi tra i Balcani, con proiezione in vari punti della città di documentari e corti di registi locali ed internazionali. Prizren mi ha accolto con la quattordicesima edizione di una manifestazione che nasce subito dopo la guerra, nel 2002 per rilanciare la cultura e il cinema in questa terra distrutta. E ho scoperto che non è una manifestazione tanto per, una di quelle cose buoniste che a noi occidentali vengon tanto bene. E’ una realtà, una presa di coscienza e il tema di quest’anno è stata la migrazione. Ecco perché il simbolo del DokuFest 2015 è un uccellino stilizzato. Un uccellino che migra come i Kosovari non possono fare, non riescono ad ottenere quasi mai visti per visitare altri paesi e sono esclusi dall’area Schengen. Ma la migrazione ha una doppia valenza. Ed è la valenza che tutti leggiamo nei giornali, vediamo nelle foto di reportage e di cui condividiamo post su Facebook e Twitter. E il DokuFest mi ha messo davanti una realtà che conoscevo e di cui mi informo e leggo, ma ha fatto parlare la gente. Mi ha fatto vedere gente che viaggia senza sapere cosa farà domani, dove sarà domani, genitori divisi da figli, documenti impossibili da reperire. Gente che viaggia di notte, amicizie di fortuna, bambini che piangono, pile puntate in faccia, controlli indiscriminati.
C’erano molti turisti al DokuFest. Molti pochi italiani. Sarebbe bello che qualche italiano potesse vedere alcuni di questi bei documentari. Perché quello che io ho pensato costantemente durante tutte le proiezioni che sono riuscita a vedere è stato: provateci voi. Provateci voi a viaggiare senza sapere dove sarete domani, provateci voi ad essere divisi dai vostri figli, provateci voi a viaggiare senza documenti, provateci voi a dormire in dormitori senza privacy e con controlli indiscriminati, ad essere svegliati nel bel mezzo della notte e presi a botte o portati a forza da qualche altra parte.
E allora per me il Kosovo significa provare a fare qualcosa. Nell’ambito delle migrazioni e riconciliazioni? Magari, vedremo. Nessuno può salvare il mondo, ma di sicuro ci si può mobilitare per fare qualcosa di diverso e migliore che vada un po’ più in là del proprio naso. Io ci provo.

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C’era una volta un MIX!!!!

“Avrò preso tutto??!??…Grrrr!” Il check in all’aeroporto vuole sempre un momento di panico totale dove pare di aver lasciato tutto l’indispensabile a casa e sopraggiunge poi la consueta rassegnazione di chi pensa… “Noooo! Ma che p..(biiip!)..a,”. Come di consueto, questo accade perché i momenti che precedono la partenza, diciamo pure anche i giorni e il mese precedente, sono momenti di concitazione dove sentimenti, sensazioni, idee e paure si mischiano in un unico grande pentolone per poi rivelarsi nella sua esplosiva carica adrenalinica appena toccato il suolo d’arrivo. Continua a leggere