Mozambico atto I.

Quanto più avanti si guarda, quanto più distante sembra essere il traguardo e ciò fa sì che le aspettative siano pesanti e pressanti, diventino quasi un fardello intangibile, più che i venti kg consentiti come bagaglio in stiva. Il tempo è il solo arbitro di questa partita chiamata “servizio civile”. Un arbitro con le sue regole, con le sue velate ammonizioni, dove non esistono squalifiche. “Chi ha tempo non aspetti tempo” è un detto che non è stato inventato da un mozambicano, perché l’unico che ha fretta per ora è quel chapa guidato dal tizio un po’ robusto con gli occhiali da sole e un leggero accenno di baffi, col suo comprador dalla consunta camicia a righe.

Le attese solitamente si protraggono; se si avverte la necessità di sentarsi, ecco spiegata la prima utilità delle capulane. Stoffe dal tessuto variopinto e geometrico, più o meno prodotte localmente. La qualità si riconosce esaminandone la fattura su entrambi i lati. Un metro per due di stoffa che diventa abiti, trapunte, borse, ma nella maggior parte dei casi esse rimangono così come sono, aggiustate un poco facendo l’orlo, e vengono usate dalle donne mozambicane nella vita di tutti i giorni. “La vera donna mozambicana non esce mai di casa senza la sua capulana”: la capulana non sostituisce la gonna ma veste sopra, allacciata nascondendo il portafogli, e pronte all’uso per ogni evenienza perché, come mi spiegava la cara Irmá Maria, “tutto può succedere” durante la giornata. Una pioggia improvvisa, e allora capulana sulla testa per proteggersi dalle gocce d’acqua. Se soffia dal mare una brezza pungente o se nei machimbombo entrano freddi spifferi d’aria delle prime ore del mattino, esse diventano caldi scialli. Per portare un bambino sulla schiena si avvolge la capulana ad esso e la si allaccia sul davanti. Bimbo sulla schiena, bacinella o sacchetto sulla testa e portamonete nascosto tra la capulana allacciata in vita, la donna mozambicana, in posizione perfettamente eretta è pronta a partire, aspetta all’ombra di un albero il prossimo chapa (se è fortunata nella tratta Ihassoro-Vilankulos potrà trovare passaggio sul minivan guidato da quel frettoloso dagli occhiali da sole di cui parlavamo prima) o a piedi sotto il sole per percorrere le distanze quotidiane.

A volte avranno fretta anche loro, e infatti erano tutti contenti di viaggiare così veloci in quel chapa del solito uomo robusto con gli occhiali e i baffi, stipati, sempre e comunque come sardine in un minivan che di posti ne ha 9 ma che trasporta fino a venticinque persone.

E intanto penso allo stridere di queste immagini cariche di caldo, odori e sabbia e insetti contro l’immagine delle porte dei vagoni della metropolitana che si aprono e si chiudono all’avviso sonoro, il nervoso saliscendi delle scale mobili e il rumore delle macchinette obliteratrici alla stazione della metropolitana di Avenue Louise.

Si aspetta che la pioggia passi, che arrivi il piatto ordinato un’ora prima, che la signora da cui stai acquistando le uova le vada a prendere a sua volta dalla cognata, il vicino aspetta che l’uomo della pompa dell’acqua torni “domani” a vedere se è tutto a posto, che il meccanico avvisato tre ore prima arrivi “subito” dopo un’ora di “ritardo”. Invece il rivenditore di lampadine elettriche del mercato si sta facendo fare barba e capelli, e non servirà nessun cliente prima che l’improvvisato barbiere abbia terminato il suo lavoro.

Il mercato è un intersecarsi sabbioso di costruzioni di lamiera e muratura e di merce esibita per terra stesa su teli e sacchi. Arriva prima l’odore del mercato del mercato stesso: l’odore del pesce è il più pungente fra tutti.

Rimango sempre piacevolmente sorpresa al mercato, vedo che c’è tutto il necessario e anche il superfluo – in altre parole c’è di più di quello che pensavo di trovare. Molti prodotti, pannolini e forcine per i capelli in primis, sono venduti al pezzo, più che al pacchetto.

Sui prodotti alimentari la concorrenza è inesistente, dato che tutti i venditori applicano lo stesso prezzo. Molta è la merce che viene dal Sudafrica, non solo i pomodori, i pochi cetrioli ma spesso anche le patate e le cipolle. Il riso viene dai paesi asiatici, più economico di quello prodotto localmente. Riso e patate sono due dei prodotti più consumati, almeno in quest’area, oltre alla xima, polenta di farina di mais.

Una sola volta ho trovato e acquistato una bella zucca, di circa tre chili, e sono andata avanti a mangiare zucca per una settimana: risotto con zucca, pasta con zucca, zuppa di zucca. Molti prodotti li acquisto da Lourenço, il contadino della mashamba vicino alla scuola, che per la missione coltiva anche bietole, melanzane, prezzemolo, basilico insalata e rape rosse.

Ai primi passanti del mercato chiedo dove si trova il venditore di carne, e riesco a ottenere solo direzioni evasive. Procedendo per la strada principale intravedo un paio di capre sulla sinistra ed eccolo lì, intento a scotennare un maiale (la prima carne di maiale che vedo) sotto un tavolo. Venditore di carne mi sembra un nome più appropriato di “macellaio”. Ritengo la macelleria un’arte, ne sono rimasta affascinata in quella macelleria là nel Limburg, tra celle frigorifere, coltelli e macchine per la trasformazione della carne in succulenti bocconcini à la belge.

L’uomo vende la carne del suo maiale a 170 mts al chilo. Gli domando se oltre a carne di maiale e di capretto tiene anche carne di vacca. Quella no, mi risponde, devi andare dal venditore più in giù, vicino al campo sportivo (che altro non è che un rettangolo sabbioso con rifiuti sparsi qua e là). Le indicazioni si rivelano essere molto precise, infatti il venditore di carne di vacca (più precisamente di bue) è al lavoro nel luogo indicato, come ogni venerdì. La testa del bue sta trionfale al centro del telo di plastica, e le mosche hanno già iniziato da un po’ a ronzargli intorno, nel caldo delle undici di mattina.

Torno a casa e trovo il vicino (quello che aspetta l’uomo della pompa dell’acqua che viene “domani” a controllarla) che si sta adoperando in vari lavori tra il cortile comune e la sua casa in previsione del natale. Non faccio in tempo ad avvicinarmi alla porta di ingresso che il solito gatto si annuncia con un miagolio, e lo trovo acciambellato sulla sedia in veranda. Gli insetti proliferano e ogni insetto che muore diventa cibo per altri insetti, in particolare le formiche, e nel giro di un’ora non ne resta più nulla.

La calura durante il giorno è a tratti insopportabile, sudiamo tutti indistintamente, le mie magliette si stanno tutte consumando dai frequenti lavaggi, dal sole, dal sudore.

Qui ci si ricorda del valore dell’acqua, della corrente elettrica, si gioisce quando si trova qualcosa di inaspettatamente gradito al mercato (come la zucca nel mio caso), sorrido di trionfo quando sullo chapa mi fanno il prezzo locale e non quello maggiorato per gli stranieri. Ascolto i discorsi della gente sull’aumento del prezzo di alcuni prodotti – dovuto alla svalutazione della moneta locale – specialmente sui prodotti di base come il pane, rincarato anche di cinque meticais nel giro degli ultimi mesi.

Lavo e conservo tutti i recipienti che possono tornare utili, specie se con coperchio ed ermetici, quel “tener da conta” così caro ai nostri nonni. Mi abituo mio malgrado a vedere tutti gli altri oggetti inutilizzabili (imballaggi del latte e latta soprattutto) e i rifiuti buttati più o meno indistintamente in un buco nella terra sabbiosa che, lattina dopo sacchetto, diventerà una piccola altura (ma tralascio per ora riflessioni sul problema dei rifiuti).

Imparo che qui quando una persona muore spesso se ne ricerca la causa in un feticcio, più che in una malattia, e che è proibito mangiare l’animale di cui si porta il nome (totem). Inhassoro, una striscia di terra sabbiosa di fronte all’Oceano, costellata di capanne, capre al pascolo, costruzioni diroccate, lodge turistici che hanno visto momenti migliori e una ventina di chiese disseminate su pochi km2 più o meno distanti dall’unica strada asfaltata, orgoglio dei locali, dove spesso gli ubriachi, bevuti fino ad essere privi di sensi, vengono investiti perché si addormentano sulla strada buia.

Nella canicola africana di una domenica srotolo la stuoia di vimini sul patio dell’asilo ora deserto per approfittare della luce del giorno, e rispolvero un libro di Paolo Rumiz nell’attesa di andare a conoscere personalmente i rilievi mozambicani.

In un treno di Africa

Il treno fischia, rumore insolito in una natura carica di suoni naturali come quella del mato mozambicano. Il treno viaggia lento, rispecchiando l’andatura delle persone che, ai bordi delle strade, nelle città come nel bel mezzo della campagna, non corrono mai ma percorrono la loro via con pazienza e tranquillità, con la schiena pesante e la testa carica di legna, acqua o qualsiasi cosa da condividere con la propria famiglia. Anche il treno procede carico di borse, zaini, bagagli, sacchi, in un disordine di colori che quasi stona con l’incredibile tranquillità e compostezza delle persone che sono sedute nella carrozza: una cosa strana per i mezzi di trasporto locali. La maggior parte delle persone dorme; uomini, donne, bambini, un sonno leggero, un sonno lieve perché ad ogni scossone gli occhi stanchi si aprono un po’, per poi richiudersi vinti dalla stanchezza e dalla pesantezza del viaggio. I visi sono provati, segnati da una vita dura, che non ti regala niente.

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Un bambino è sveglio e con i suoi occhi grandi e profondi mi fissa, mi studia e poi accenna un sorriso. Chissà se la luce nei suoi occhi potrà essere un faro per questa Africa. Africa che, ancora assopita, non si preoccupa troppo di quello che succede intorno, Africa che, Continua a leggere

MOZAMBICO AL VOTO

Dopo oltre un mese di campagna elettorale che ha animato la vita di Inhassoro e di tutti i villaggi e le città del Paese, una campagna elettorale che ci ha letteralmente sconvolti per la sua assiduità e forza, per la sua capacità di entrare nelle case, nella vita e nella testa delle persone, è arrivato il l’attesissimo 15 ottobre.DSCN0890

Circa 11 milioni di mozambicani si sono recati ai seggi per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, il Parlamento e le assemblee provinciali. Alle elezioni partecipano i rappresentanti di 3 partiti: Filipe Nyusi, favorito rappresentante della Frelimo (partito al governo dall’indipendenza dal Portogallo nel 1975), Afonso Dhlakama, storico rivale rappresentante della Renamo e Daviz Simango, rappresentante del MDM – Movimento democratico de Moçambique, partito entrato da pochi anni nel panorama politico del Paese. Continua a leggere

PENSIERI DI VIAGGIO

Sto viaggiando. Sto viaggiando in un percorso temporale anziché fisico. Tutto è un emozione che continua a mutarsi anche nel tempo in cui paio immobile. Il tutto si protrae verso una coscienza che ogni giorno si delinea più chiara e definita”

Al ritorno da uno dei miei ultimi viaggi fisso il finestrino del machimbombo (trasporto pubblico locale)  che velocemente mi sta riportando ad Inhassoro. Banalmente scruto il cielo africano che accompagna i miei pensieri. Come compagno di viaggio mi ritrovo uno studente, con il quale scambio qualche rapida conversazione sul suo andamento scolastico e sulla città di sua provenienza, poi, torno a focalizzarmi sull’orizzonte celato dal finestrino. Ritrovo il cielo proprio dove l’avevo lasciato.

Azzurro, soleggiato e colmo di nuvole, che mi paiono rincorrersi  spensierate.

Per gioco, mi concentro sui particolari e provo a paragonare tutto questo al cielo e ai segnali che avrei ritrovato in esso al ritorno da una qualsiasi scampagnata in montagna fatta nel mio cuneese. Le immagini sono opposte, cosi come lo scorrere delle cose, che qua pare più veloce, fragile e del tutto volubile.

In alto le nuvole si inseguono alla ricerca di una tempesta perfetta con la quale saziare la terra ormai arida, rossa e infuocata. Il sole alto e bianco sovrasta il cielo, controlla lo scandire del tempo e a suo piacimento regola luce, calore, energia e sudore.

Tutto si muta velocemente, l’equilibrio è precario, legato ad un filo (magari rossi come la terra). Misero è il tempo delle nuvole per unirsi e dare avvio ad un temporale.

Nel cielo infondo vedo la vita e nelle nuvole la gente africana.

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Bombardati..di emozioni!!

Siamo bombardati di emozioni. Il rientro in Italia, previsto per luglio per un periodo di formazione intermedia per noi volontari del servizio civile, è arrivato. E il primo traguardo è stato raggiunto, due mesi e mezzo in Africa, a lavorare in un contesto del tutto diverso, con persone e colleghi nuovi, con un coinquilino quasi sconosciuto ma davvero prezioso, con un clima stravolto e le onde del mare di sottofondo. Carica di pensieri sono arrivata in Italia dopo un viaggio di 24 ore, ho riabbracciato la mia famiglia e provato un’emozione fortissima nel rendermi conto che la mia nipotina di un anno ancora mi riconosce ed esprime immenso affetto per la zia. Giorni intensi: amici, parenti, tanti saluti, abbracci e racconti sul Mozambico, sulla mia esperienza, sulle difficoltà e sulle gratificazioni di questa nuova avventura. Giorni in cui, basta poco per riabituarsi agli agi del nostro vivere quotidiano ma sempre con un occhio rivolto verso quello che c’è aldilà dell’equatore. Giorni brevissimi, di acquisti e di valige per poi ripartire alla volta di Milano ed incontrare tutti gli altri volontari che stanno trascorrendo il loro periodo di servizio civile in altri paesi del mondo. Un’emozione grande rivedere tutti i compagni di avventura, quelli che nonostante la lontananza possono capirti meglio di chiunque altro, abbracci che dimostrano condivisione e vicinanza. Per un attimo non sembra neanche di essere in Italia: siamo con il gruppo del servizio civile al completo, il dove non importa! La formazione intermedia diventa così, giorno per giorno, un momento importantissimo, l’ascolto e la condivisione di elementi positivi ma anche criticità legate alle nostre attività, sono preziosi e fondamentali per aggiustare il tiro per il nostro lavoro futuro e per ricordarci, ancora una volta, che non siamo soltanto noi a lavorare in Mozambico, ma che facciamo parte di un progetto molto più grande, al quale anche tanti altri stanno lavorando.

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RITORNA LO SPETTRO DELLA GUERRA CIVILE IN MOZAMBICO

Nell’ultima settimana, in Mozambico, la situazione di tensione politico-militare che si protrae ormai da circa un anno sta degenerando in un’escalation di violenza a causa dell’annuncio di sospensione del cessate fuoco da parte del leader del partito di opposizione della Renamo, Alfonso Dhlakama.

L’accordo stipulato con il governo lo scorso 7 maggio è riuscito solamente per un paio di settimane a calmare la situazione di guerriglia che imperversa nel centro del Paese. Proprio negli ultimi giorni, gli attacchi armati messi in atto dai ribelli, nel tratto di strada nazionale tra il Rio Save e Maxungue, nella provincia di Sofala, si stanno ulteriormente intensificando, provocando un numero di vittime sempre maggiore. Da mesi, in questa zona è possibile viaggiare solamente in colonne organizzate di auto e camion, scortate dalle forze militari governative.

 

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Negli ultimi giorni continuano ad arrivare preoccupanti notizie di attacchi violenti rivolti non più solamente a questa colonna, ma sull’intera provincia. Tale intensificazione è dovuta all’arrivo, nella zona di conflitto, di un numero sempre maggiore di militari del Governo, mandati con l’obiettivo di stanare il leader dell’opposizione. Voci non ufficiali parlano di centinaia di morti tra militari e civili, anche se risulta difficile reperire informazioni precise poiché, lo stesso governo ha vietato la diffusione di notizie riguardanti il numero di morti e feriti.

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La gioia per le piccole cose

Dopo tre settimane dall’arrivo in Mozambico, il numero di sensazioni provate e l’intensità di vicende accadute sono tali da riuscire ad alterare la percezione dei giorni passati qui ad Inhassoro. Ad oggi, risulta difficile spiegare questa “alterazione” temporale, probabilmente causata dalla quantità di informazioni  e novità registrate in così poco tempo. Si è passati in breve dalle celebri emozioni cosidette “on the road”, dovute al viaggio e alla scoperta di nuovi orizzonti (in parte simili a quelle provate l’anno passato quando ho scoperto questa realtà per la prima volta), a quelle legate all’idea di permanenza in un nuovo ambiente ancora non del tutto definito.

Ecco che allora, superato un breve periodo d’inserimento nel contesto, è avvenuto un primo importante cambiamento psicologico che ci ha portati a totalizzare quella che è e che sarà la vita in questo straordinario angolo del Mozambico.

A poco a poco si realizza che si dovrà convivere con una nuova realtà fatta di nuovi ritmi, abitudini, problemi e soddisfazioni totalmente differenti e impensabili nella società europea. Le più evidenti sono sicuramente la durata della giornata, i nuovi cibi, le modalità di lavoro, la difficoltà di affrontare ogni piccola questione burocratica, la consapevolezza del nostro impatto in un mondo che non ci appartiene, il costante e imperterrito rimbombo della musica con i vibranti canti accompagnati dai balli tradizionali, la sovranità del mercato, l’importanza della luce e dell’acqua nella vita di ogni giorno e, per ultimo, lo straordinario tramonto che introduce il profondo buio delle notti africane.  Ciascuno di questi temi sarebbe degno d’incantevoli documentari, o d’interi capitoli di libri antropologici o ancora, di riflessioni inserite in fantastici romanzi come quelli di Josè Saramango, capaci di non far staccare mai gli occhi del lettore dalle pagine del libro. Continua a leggere