LIVING ABROAD: Discovering the Balkans

Ormai metà di questo particolare anno all’estero, che ho vissuto a Prizren in Kosovo, se ne è già andato ed è giunto dunque il momento di fare una piccola riflessione.

Settimana scorsa, con tutti i volontari di IPSIA, ci siamo ritrovati a Roma per la verifica intermedia e ci sono stati dei momenti intensi di scambio delle varie esperienze.

Voglio partire col mio racconto da un paio di mesi fa. Era il 17 febbraio ed ho vissuto in prima persona il giorno dell’indipendenza della Repubblica del Kosovo! E’ stato un giorno di festa in cui Prizren è cambiata totalmente. La tranquilla cittadina, che sembrava essere andata in letargo con l’arrivo del gelido freddo invernale, si è trasformata in un posto affollatissimo, in cui si faceva fatica a camminare per strada. Molti portavano orgogliosamente con sé la bandiera gialla e blu che rappresenta il Kosovo, per affermare una volta di più la propria indipendenza. A Prishtina, come ogni anno, è stato rinnovato il monumento “NEW BORN” costruito 9 anni fa, che simboleggia la rinascita di questo Paese. Quest’anno è stato rappresentato un muro e le lettere “N” e “W” sono state capovolte col significato di “no walls”.

Ma facciamo un ulteriore passo indietro…sono passati cinque mesi dal mio arrivo a Prizren eppure mi sembra di essere qua da molto più tempo! Sono successe molte cose e ho vissuto diverse emozioni. In questo periodo ho provato nuove esperienze, e a volte risulta difficile riordinare le idee e gli eventi. Mi sono reso conto che ci vuole del tempo per metabolizzare e rendersi conto di dove ci si trova. E’ una strana sensazione: i giorni scorrono velocemente, e notizie da tutto il mondo e pensieri affollano la mia testa.

Ricordo quando ho avvisato parenti e amici che sarei partito per il Kosovo e molti di loro mi hanno guardato come a chiedere: “dove?” “ma sei sicuro?” ed è stato divertente osservare le diverse reazioni.

Superata la prima fase di sbandamento e approdato a Roma per la prima settimana di formazione, ero entusiasta e agitatissimo. Probabilmente perché non sapevo come avrei reagito una volta arrivato a destinazione e come sarebbe stato vivere quest’esperienza senza un compagno d’avventura con cui superare la prima fase di adattamento. Durante quella settimana, ho conosciuto persone davvero interessanti, molto diverse tra loro ma con uno spirito simile.

Una volta arrivato a Prizren il primo impatto non è stato così forte come temevo, ovviamente avevo bisogno di abituarmi ad un ritmo diverso da quello che era la mia vita prima, ma da subito si sono creati dei bei rapporti con i ragazzi in ufficio. Le prime impressioni sono state positive ed i primi giorni entusiasmanti, per il fatto che tutto era una novità. Visar, Merita e Kristian non sono soltanto colleghi ma si sono rivelati degli amici!

Ben presto ho capito che la città negli ultimi anni è cambiata molto ed in fretta, con il proliferarsi di numerosi palazzi (specialmente ai margini della città)…probabilmente nel tentativo di nascondere delle problematiche e dei disagi che invece rimango. Credo che la città, in questo, sia piuttosto contradittoria e ci sono molti elementi che lo dimostrano: un centro commerciale che sorge poco distante un sobborgo rom; il trattore carico di cavoli affiancato dalla macchina di lusso; i bambini rom di 7-8 anni che chiedono l’elemosina e fumano sigarette; immondizie bruciate; e un centro storico ben curato con diversi locali molto accoglienti. Non sono poi così lontano dalla mia madre patria ma vivere qua è come immergersi in una realtà parallela, dove oriente e occidente si incontrano in una atmosfera in continuo cambiamento. Penso che una delle cose che mi ha impressionato maggiormente siano i diversi profumi che si sentono camminando per la città: dall’aroma di caffè e di pane appena sfornato che si sente la mattina presto, all’odore forte risultato dell’inquinamento dell’aria da immondizie bruciate e smog che creano, per via delle montagne che circondano la città, una sorta di cappa. E per questo rimane sempre una leggera nebbiolina. Pure quando il cielo è sereno, all’orizzonte si può notare una striscia grigia. Ma, attraversando Shadervan (la piazza principale), dirigendosi verso Kalaja (la fortezza di origine medievale che domina la città) e quindi uscendo dalla città, ci si può immergere nella natura e nei bellissimi paesaggi che Sharr Montains offre.

Una caratteristica che mi ha colpito è stata la convivenza di diverse fedi e quindi la possibilità di passeggiare a fianco prima ad una moschea, da cui più volte al giorno si sente il canto in chiamata dei fedeli, poi ad una chiesa ortodossa e poi ad una cattolica…e questo, per me che non sono abituato, è qualcosa di affascinante. Una cosa invece a cui faccio fatica ad abituarmi è vedere i mezzi dei militari che ogni tanto si aggirano per la città.

A poco a poco ci si abitua sempre più a quelle che all’inizio erano le novità, e nel tentativo di integrarsi si diventa parte del contesto stesso (spesso vengo scambiato per turco XD). Per non sentire la mancanza della famiglia e delle tradizioni, il giorno di Natale ho partecipato alla mia prima escursione, con il Team Exploring (una associazione sportiva di volontari che regolarmente organizza escursioni) e da quel giorno ho continuato a partecipare avendo modo di conoscere gente del posto ed esplorare nuovi posti. Le persone conosciute tramite le diverse attività si sono rivelate amichevoli ed aperte al dialogo e al confronto.

Il gelido inverno, in cui le temperature sono arrivate a -25° è stato trascorso, per alcuni giorni, in compagnia dei ragazzi del campo invernale di Terre e Libertà con cui mi sono divertito molto.

Sono felice di essere arrivato qua e di avere la possibilità di visitare questo particolare Paese che spesso non viene considerato come meriterebbe.

Riflesione dopo una nottata in pullman

Interminabili ore spese sui pullman sono il leitmotiv della mia esperienza nei Balcani. Ore e ore per raggiungere mete lontane e vicine, che raddoppiano inesorabilmente (sia le mete che le ore). Perché quando stai qui per un po’ ti rendi conto di tutte le cose imperdibili che devi assolutamente vedere: paesi, città, villaggi, montagne, laghi. E non finiscono più, anzi più visiti posti più la tua lista cresce, scopri posti di cui ignoravi l’esistenza e scopri che li devi assolutamente vedere. Perché questo posto è pieno zeppo di storia, natura e culture diverse. Allora decidi che forse ne vale la pena di farsi 15 ore di pullman per andare a vedere Sarajevo, Mostar, Kotor, Belgrado, Ohrid, Butrinto, la val Rugova, Berat, il Matka Canyon, Novi Sad, il lago di Scutari, le cascate di Strbacki Buk, il parco di Durmitor e quello di Plitvice, il monastero di Decani…
E durante quelle ore, durante tutte quelle canzoni turbo folk, attraversi monti, valli, laghi, fiumi e vorresti fermarti ad ogni curva, ad ogni vista mozzafiato che questa terra ti offre, spudoratamente, ad ogni angolo. Allora stai a guardare dal finestrino quello spettacolo passare e ti segni un appunto: “Qui ci devo assolutamente tornare”.

Riflessione dopo una nottata in pullman da Sarajevo a Prizren.12990897_10153591522148295_7530965548545117953_n

Liqeni I Ujmanit – Confine Serbia-Kosovo

Scoperte incredibili


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Tratta Skopje-Prishtina: confine Kosovo-Macedonia

Vitto: che peccato che tutte questi chilometri di ferrovia non vengano utilizzati…

Marti: come no! Certo che vengono utilizzati!!

Vitto: ahahahahahhah

Marti: no davvero, guarda che ci sono i treni!!

Vitto: ma che diciiiiii

Marti: giuro!

Vitto: Visar is it true? Are there trains in Kosovo?

Visar: yes sure, there are

Marti: che ti avevo detto?

Vitto: ma dove sono i cavi dell’elettricità?

Marti: ………………………ma secondo te vanno a elettricità?!?! Vanno a carbone!!!!!!!

Vitto: noooooo ma che dici??? Visar??? Are they steam trains???

Visar: yes of course!

Vitto:       :O

True Story

Provateci voi

– Servizio civile, ah ma dai? Dove?
– In Kosovo
Silenzio.
-Dove?
-In Kosovo

E’ un po’ questa la reazione che mi sono trovata davanti da parte di amici e conoscenti prima di partire. In quei rari casi in cui chi avevo di fronte riusciva a dare una collocazione al Kosovo – che so, tra un punto non ben definito dell’Europa e un punto non ben definito dell’est – mi veniva chiesto: “Ma l’hai scelto tu?”. Come a dire: “non potevi scegliere il Guatemala?”
E’ vero, ammettiamolo, non è che il Kosovo suoni come il posto più figo del mondo. Alle orecchie degli altri.

Ma per me si.

Io non vedevo l’ora di andarci. Di venirci. Di viverci. Di spenderci più tempo, di capire meglio quello che da bambina sentivo confusionato al tg e di cui gli adulti parlavano. Di quello che mi hanno raccontato colleghi ed amici. Non vedevo l’ora. Perché il Kosovo è stata la prima cosa che ho visto quando ho deciso di visitare e vivere nei Balcani. Da quel momento mi è entrato dentro, e c’è restato.
Le casette rosse di mattoni non finite, le strade polverose, le moschee. La storia di questa Serbia così ingombrante e di un’identità travagliata e rivendicata rossa e nera, a forma di aquila bicefala. Io voglio capire la gente del Kosovo. I bambini, le donne e gli uomini, i vecchi. I Serbi e gli albanesi. La loro storia, i loro anni di guerra. Io voglio capire cosa succedeva a un’ora di aereo dall’Italia, da noi, quando io andavo a scuola con la cartellina rosa dell’Invicta.

Ecco perché io volevo venire in Kosovo.

E il Kosovo mi ha accolto con un cazzotto nello stomaco. Mi ha accolto con la storia dei migranti. Si, perché a Prizren – dove sono io – sono arrivata a ridosso del DokuFest, una evento culturale fra i più famosi tra i Balcani, con proiezione in vari punti della città di documentari e corti di registi locali ed internazionali. Prizren mi ha accolto con la quattordicesima edizione di una manifestazione che nasce subito dopo la guerra, nel 2002 per rilanciare la cultura e il cinema in questa terra distrutta. E ho scoperto che non è una manifestazione tanto per, una di quelle cose buoniste che a noi occidentali vengon tanto bene. E’ una realtà, una presa di coscienza e il tema di quest’anno è stata la migrazione. Ecco perché il simbolo del DokuFest 2015 è un uccellino stilizzato. Un uccellino che migra come i Kosovari non possono fare, non riescono ad ottenere quasi mai visti per visitare altri paesi e sono esclusi dall’area Schengen. Ma la migrazione ha una doppia valenza. Ed è la valenza che tutti leggiamo nei giornali, vediamo nelle foto di reportage e di cui condividiamo post su Facebook e Twitter. E il DokuFest mi ha messo davanti una realtà che conoscevo e di cui mi informo e leggo, ma ha fatto parlare la gente. Mi ha fatto vedere gente che viaggia senza sapere cosa farà domani, dove sarà domani, genitori divisi da figli, documenti impossibili da reperire. Gente che viaggia di notte, amicizie di fortuna, bambini che piangono, pile puntate in faccia, controlli indiscriminati.
C’erano molti turisti al DokuFest. Molti pochi italiani. Sarebbe bello che qualche italiano potesse vedere alcuni di questi bei documentari. Perché quello che io ho pensato costantemente durante tutte le proiezioni che sono riuscita a vedere è stato: provateci voi. Provateci voi a viaggiare senza sapere dove sarete domani, provateci voi ad essere divisi dai vostri figli, provateci voi a viaggiare senza documenti, provateci voi a dormire in dormitori senza privacy e con controlli indiscriminati, ad essere svegliati nel bel mezzo della notte e presi a botte o portati a forza da qualche altra parte.
E allora per me il Kosovo significa provare a fare qualcosa. Nell’ambito delle migrazioni e riconciliazioni? Magari, vedremo. Nessuno può salvare il mondo, ma di sicuro ci si può mobilitare per fare qualcosa di diverso e migliore che vada un po’ più in là del proprio naso. Io ci provo.

KOSOVO: UNA NUOVA AVVENTURA

 

            Ormai sono quasi tre mesi che ci troviamo a Prizren, ma poco tempo ci resta per scrivere e documentare la nostra esperienza, perché l’ agenda è sommersa di impegni ed incontri con enti locali. Abbiamo iniziato ad ingranare con il lavoro, volontari in Kosovoad ognuno di noi è stato affidato un ambito specifico, rispettivamente Valentina è la responsabile del settore sociale, Dario si occuperà prevalentemente della sezione agricola ed io seguirò la sfera giovanile. Ovviamente riteniamo che queste spartizioni dei compiti non precludano una costante collaborazione, essenziale nel lavoro che stiamo svolgendo. Però oltre alle nostre quotidiane attività lavorative abbiamo avuto modo di girare questo piccolo Paese, molte volte dimenticato dal resto del mondo. Una nazione che, anche se piccola, merita di essere visitata e vissuta, perché accogliente e popolata da una moltitudine di diverse etnie, ognuna con la propria storia e le proprie tradizioni. Continua a leggere

Formazione servizio civile

 

Attraverso strade e percorsi assai differenti martedì 4 marzo noi dodici ragazzi selezionati da Ipsia per svolgere il servizio civile all’estero ci siamo ritrovati in quella che, per due settimane, è stata in via formale parte della sede di formazione per il progetto “Cooperando per uno sviluppo comunitario e sostenibile” e, in via del tutto più informale, il nostro riparo sotto il quale abbiamo dato vita a nuove conoscenze ed esaltanti scambi di rapporti umani. Continua a leggere