E il terzo mese se ne va..

Non par vero di aver trascorso in Kenya già 90 giorni, eppure il calendario dice che è cosi. Non l’avrei mai pensato ma tre mesi bastano affinché i luoghi diventino familiari e le attività quotidiane una routine.. come dico sempre io “è pazzesco”.

Di recente mi è capitato di vedere con degli amici un servizio al telegiornale sulla mancanza di acqua in una regione del Sud Italia e le “gravi conseguenze” che questa ha causato, prima fra tutte la chiusura dei bar. É naturale che la prima cosa che abbiamo pensato è stata: “se dovessero fare un servizio ogni volta che qui manca l’acqua non si parlerebbe di altro in televisione”. Ed è proprio così, non avere regolarmente acqua in casa qui è una cosa normale e anche a noi ormai non scoccia più di tanto dover uscire e aprire il rubinetto della cisterna per avere di nuovo acqua corrente. Perché si, noi siamo tra quelle persone fortunate ad avere ben due cisterne a casa.

Un altro discorso quando parliamo di corrente. Oggi, dopo cinque giorni, è finalmente tornata l’elettricità. In un paese in cui il sole cala alle sei di sera, rimanere senza luce non vuol dire solo farsi la doccia fredda ma anche trascorrere diverse ore nel buio più totale. Ore in cui i negozi sono ancora aperti e le persone probabilmente stanno ancora lavorando nei campi. Nonostante questo, niente si ferma e tutto procede come se nulla fosse – e sicuramente nessuno si sognerebbe mai di farne un servizio in televisione. Per fortuna è raro non avere elettricità o acqua per così tanti giorni – almeno nella zona in cui ci troviamo – ma è in ogni caso interessante, e se vogliamo divertente, vedere quello che persone di diversa origine e con stili di vita completamente diversi percepiscono come problemi.

Ho citato la mancanza di acqua e luce perché tutti noi lo abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita, è qualcosa di concreto che siamo in grado di capire. Tralascio volontariamente invece altre situazioni che ho avuto modo di vivere in questi tre mesi, come ad esempio l’evento di raccolta fondi in una scuola per disabili fisici e mentali in un luogo ai limiti del nulla oppure ancora, l’accoglienza travolgente riservataci in una scuola poco lontana dal nostro compound dove ci siamo recati per avviare un progetto di gemellaggio. Parlare di come queste persone affrontano certe sfide o della loro generosità verso completi sconosciuti sarebbe troppo difficile, io per prima ancora oggi rimango sbalordita di fronte a certe situazioni e non sarei di certo in grado di descriverle a parole.

Quello di cui sono sicura è che tutte queste esperienze e vivere a stretto contatto con realtà completamente diverse ti fa mettere in discussione ogni singolo aspetto della tua vita e primo fra tutti la tua scala delle priorità.

Si parla tanto di cultural shock prima di partire per un’esperienza all’estero, ma nessuno pensa mai allo shock culturale del rientro a casa. Sono convinta che il trauma del ritorno sia molto più forte di quello vissuto durante l’inserimento in un nuovo ambiente e dopo un anno in Kenya prevedo un difficilissimo riadattamento per me allo stile di vita e di pensiero italiano.

L’approdo

Sapere cosa ci aspetta, quotidianamente come ora dopo ora, è uno di quei desideri tipici della contemporaneità, per cui mettersi al sicuro dagli sprechi di tempo e denaro è un must nonché un business.

Quando si parte per raggiungere l’Africa si deve necessariamente abbandonare l’immaginazione ai più disparati imprevisti e fare l’abitudine ad una nuova idea di tempo, che, per antonomasia, sfugge alle regole comuni e assomiglia più all’Einsteiniana relatività. È inutile tentare di combatterla, la nuova Regola ti rapisce, ti stanca. Continua a leggere