E il terzo mese se ne va..

Non par vero di aver trascorso in Kenya già 90 giorni, eppure il calendario dice che è cosi. Non l’avrei mai pensato ma tre mesi bastano affinché i luoghi diventino familiari e le attività quotidiane una routine.. come dico sempre io “è pazzesco”.

Di recente mi è capitato di vedere con degli amici un servizio al telegiornale sulla mancanza di acqua in una regione del Sud Italia e le “gravi conseguenze” che questa ha causato, prima fra tutte la chiusura dei bar. É naturale che la prima cosa che abbiamo pensato è stata: “se dovessero fare un servizio ogni volta che qui manca l’acqua non si parlerebbe di altro in televisione”. Ed è proprio così, non avere regolarmente acqua in casa qui è una cosa normale e anche a noi ormai non scoccia più di tanto dover uscire e aprire il rubinetto della cisterna per avere di nuovo acqua corrente. Perché si, noi siamo tra quelle persone fortunate ad avere ben due cisterne a casa.

Un altro discorso quando parliamo di corrente. Oggi, dopo cinque giorni, è finalmente tornata l’elettricità. In un paese in cui il sole cala alle sei di sera, rimanere senza luce non vuol dire solo farsi la doccia fredda ma anche trascorrere diverse ore nel buio più totale. Ore in cui i negozi sono ancora aperti e le persone probabilmente stanno ancora lavorando nei campi. Nonostante questo, niente si ferma e tutto procede come se nulla fosse – e sicuramente nessuno si sognerebbe mai di farne un servizio in televisione. Per fortuna è raro non avere elettricità o acqua per così tanti giorni – almeno nella zona in cui ci troviamo – ma è in ogni caso interessante, e se vogliamo divertente, vedere quello che persone di diversa origine e con stili di vita completamente diversi percepiscono come problemi.

Ho citato la mancanza di acqua e luce perché tutti noi lo abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita, è qualcosa di concreto che siamo in grado di capire. Tralascio volontariamente invece altre situazioni che ho avuto modo di vivere in questi tre mesi, come ad esempio l’evento di raccolta fondi in una scuola per disabili fisici e mentali in un luogo ai limiti del nulla oppure ancora, l’accoglienza travolgente riservataci in una scuola poco lontana dal nostro compound dove ci siamo recati per avviare un progetto di gemellaggio. Parlare di come queste persone affrontano certe sfide o della loro generosità verso completi sconosciuti sarebbe troppo difficile, io per prima ancora oggi rimango sbalordita di fronte a certe situazioni e non sarei di certo in grado di descriverle a parole.

Quello di cui sono sicura è che tutte queste esperienze e vivere a stretto contatto con realtà completamente diverse ti fa mettere in discussione ogni singolo aspetto della tua vita e primo fra tutti la tua scala delle priorità.

Si parla tanto di cultural shock prima di partire per un’esperienza all’estero, ma nessuno pensa mai allo shock culturale del rientro a casa. Sono convinta che il trauma del ritorno sia molto più forte di quello vissuto durante l’inserimento in un nuovo ambiente e dopo un anno in Kenya prevedo un difficilissimo riadattamento per me allo stile di vita e di pensiero italiano.

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Che ore sono?

“Izvinite, koliko je sati?”. Seduta ad un tavolino di legno del parco di Bihac (quello di stampo austro-ungarico) che si affaccia sul fiume Una , alzo lo sguardo dall’agenda bianca sulla quale, già da un po’, tentavo di raccogliere i miei pensieri in maniera un po’ meno disordinata del solito. Un ragazzo con caschetto e muta, si è accostato alla riva con la sua canoa e mi fissa in attesa di una risposta. Sì, non può che essere rivolta a me quella domanda, ma soprattutto: l’ho capita!. Prendo il cellulare, leggo l’orario e un po’ impacciata gli rispondo: “Dvanaest do jedanaest”. “Jedanaest?” mi chiede stupito, “Da!” rispondo. “Hvala!”, “Molim!”. Detto ciò, imbraccia nuovamente la pagaia e riprende a remare sotto il sole domenicale. Passata l’emozione per aver capito cosa mi stesse chiedendo, mi accorgo di avergli detto l’orario sbagliato, che stupida! Quando imparerò a non farmi “fregare” dalle emozioni?.

A tre mesi dall’avvio di questa esperienza di Servizio Civile, constato definitivamente che una delle sfide maggiori a cui mi sta sottoponendo è non tanto, o non soltanto, l’acquisizione di competenze progettuali, ma il riconoscere le mie capacità ed i miei limiti e “lavorarci sopra”. Ad essere sincera, speravo di essere riuscita già ad arrivare a buon punto da sola dopo ventisette anni di vita, ma devo ammettere che, il distacco da tutti quei punti di riferimento e abitudini che in questi anni hanno contribuito a dare forma all’idea che ho di me stessa, mi ha provocato spesso non poco smarrimento. L’essere “qui” e non “lì” ha comportato la necessità di fissare nuovi paletti e aggiustare la mia percezione di tutto ciò che accade in me e attorno a me. E’ un po’ come avere in mano una matita e, come quando ero bambina, disegnare me stessa nel mio mondo (che nella mia infanzia era: io nel giardino di casa, con mia sorella o le amiche di scuola). Nel disegno di oggi la casa è diventata una kuca (parola che in bosniaco significa casa), il prato non è solo una striscia di verde orizzontale ed io non sono più la bambina con la gonna che tiene per mano le amiche di fianco all’albero dai frutti rossi (che, non so perché, ma non mancava mai nei miei disegni) mentre il sole giallo splende in alto, nell’angolo destro del foglio. Quella bambina oggi beve pivo (birra) – rigorosamente Preminger, che è quella prodotta a Bihac – stringe la mano ad amici che parlano una lingua piena di consonanti e cammina su distese di verde ancora più verde perché attraversate dal colore smeraldo delle acque del fiume Una. I frutti rossi sono la rosa canina, le corniole ed i lamponi che crescono in abbondanza sia nei sentieri del Parco Nazionale della Una che negli appezzamenti di terreno che le famiglie (soprattutto nei villaggi) coltivano con cura per poi fare scorte di marmellate, succhi e grappe che aiutano a sopportare meglio gli inverni rigidi. Anche oggi disegno il sole in alto a destra, ma questa volta con la consapevolezza che quello stesso sole, nel passato recente, qui ha illuminato cortili di casa in cui regnava la paura più che la spensieratezza, il dolore piuttosto che la gioia. Questa forse è la differenza più concreta eppure talvolta tanto difficile da concepire. Grazie a momenti di ascolto e condivisione con persone di cuore che ho incontrato in questi anni nelle terre balcaniche, ho compreso che non ci sono parole giuste o sbagliate per replicare al ricordo di passati ed esperienze diverse e spesso dolorose. Quel che conta adesso, qui, è la comune condivisione di un presente alla ricerca di un posto nel mondo. Un posto in cui abbiano valore e priorità le relazioni umane piuttosto che gli interessi politici ed economici, la meritocrazia e non la raccomandazione. Sono politici e denaro a farla da padrone in questo paese; burocrazia infinita e infinitamente corrotta, politici che non vedono oltre il proprio naso e giovani generazioni che, frustrate, pianificano il proprio futuro altrove. E’ forse tanto diverso questo “qui” dal nostro “lì”? A me pare proprio di no. Riprendo in mano la matita e disegno un lungo sentiero che dalla porta della mia kuca si dirama verso una meta ancora in definizione, anche questa volta non sarò da sola. Con me verranno quelle stesse emozioni che devo imparare a gestire e tutte quelle persone che di emozioni vivono. Comunque se avessi saputo che sarebbe bastata una domanda sull’orario a farmi fare ordine nei pensieri lo avrei imparato prima dello s12212323_10153306496543721_1671300894_n12231327_10153306495458721_668806277_ntudio di pronomi e aggettivi! Hajmo Bosna!

Tutti

Adesso che ci penso, chi ha voglia di andare a lavorare? Non possiamo dare una risposta corretta, perché essa sarebbe generica. E qua succede la stessa cosa. Anche certi kenioti non hanno voglia di lavorare, mentre altri ci mettono il cuore nel loro lavoro. Sono come noi. Anzi, siamo noi. Siamo fatti così. Tutti.
C’è chi saluta e chi no, c’è chi lavora e chi no, c’è il prepotente, l’incoerente e il disorganizzato, come c’è il gentile, il coerente e il precisino. Il responsabile e l’irresponsabile. La persona falsa e quella sincera.

È inutile tentare di girarci intorno con mille parole. Siamo tutti uguali. Come dice il braccialetto dello Slow Food che mi ha regalato John: “ Siamo tutti africani”. Ed è vero, anche se dire che siamo tutti africani vale a dire che non lo è nessuno. Strano concetto. Lo spiego con un esempio: Nel cartone “Gli Incredibili” Elasticgirl dice a sui figlio Flash: “..tutti sono speciali Flash” e lui: “Che vale a dire che non lo è nessuno”.
Wow. Risposta rivelatoria. Da bambino non ci fai caso, ma quando lo riguardi da bambino cresciuto capisci cosa vuol dire quella frase o, almeno, ti fa pensare. Perché in effetti, se tutti son speciali, non lo è più nessuno.
La Walt Disney colpisce ancora.

Da qui posso dedurre il risultato che siamo tutti uguali. Ma, per una strana coincidenza, che siamo anche tutti diversi.

Tra di Noi c’è la differenza di pelle: i bianchi si bruciano al sole e i neri no. Ma c’è la stessa differenza anche tra i Polentoni e i Tarroni.

Tra di Noi ci sono diversità culturali non da poco conto. Come ci sono tra noi Italiani e ‘sti maledetti Francesi.

Tra di Noi ci sono diversità linguistiche. Come, possiamo ben notare, anche tra Italiani e Tedeschi.

Tra di Noi c’è una grande differenza storica. Noi siamo stati i colonizzatori e loro i colonizzati.

Tra di Noi c’è una grande differenze di ricchezza. Noi ci adagiamo sul denaro e loro si adagiano sui nostri scarti.

Ma ecco qua che parlo di nuovo di “noi” e di “loro”. Siamo tutti uguali, ma mi ostino a dire loro e noi. Eheh. Bella roba. È un filo sottilissimo quello che divide il loro dal noi. Ma in certe occasioni, come quando si parla si storia, non si può usare altro. Loro sfruttati, noi sfruttatori. Punto.
Loro sono stati sfruttati per anni dalle potenze occidentali. Per tanti anni. Sono nello stato in cui sono mica per niente: anche noi 100 anni fa eravamo messi maluccio, anzi, eravamo proprio mal messi, ma siamo riusciti a sollevarci grazie a diversi fattori: uno è il fatto che i nostri avi si sono tirati su le maniche, ma non solo, un altro fattore è che siamo stati aiutati da potenze straniere e, infine, stiamo come stiamo anche grazie al loro sfruttamento.

Anche loro, soprattutto le donne, si stanno tirando su le maniche. Ma proprio tanto. Lavorano per se stesse oltre che per i figli. E questa è una cosa molto importante. Si fanno belle e lo fanno per sentirsi belle. Si danno importanza come da un bel po’ nessuno a loro dava importanza. Si danno man forte l’un l’altra. L’unica è la cultura che non viene a loro incontro. Gli uomini qui sono come da noi anni fa (o ancora oggi in certi casi). Non tutti. Non generalizziamo.A volte si aspettano gli aiuti esterni, perchè sanno che un giorno o l’altro qualcuno verrà ad aiutarli. Ma pazienza, Noi lo faremmo comunque, no?

E quindi mi giungono spontanee diverse domande: Chi siamo noi? Chi sono loro? Migliori? Peggiori? Guardando il loro modo di comportarsi, il modo di fare, come si divertono con poco, come si stupiscono con niente come i bambini…..Beh, direi che sono meglio loro. Ma anche lì: perché ci dev’essere proprio un meglio o un peggio? Che ansia. Che ansia che devo sempre trovare un peggio o un meglio. Non potrebbe essere così e basta? Senza nient’altro di più?

Scoperte incredibili


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Tratta Skopje-Prishtina: confine Kosovo-Macedonia

Vitto: che peccato che tutte questi chilometri di ferrovia non vengano utilizzati…

Marti: come no! Certo che vengono utilizzati!!

Vitto: ahahahahahhah

Marti: no davvero, guarda che ci sono i treni!!

Vitto: ma che diciiiiii

Marti: giuro!

Vitto: Visar is it true? Are there trains in Kosovo?

Visar: yes sure, there are

Marti: che ti avevo detto?

Vitto: ma dove sono i cavi dell’elettricità?

Marti: ………………………ma secondo te vanno a elettricità?!?! Vanno a carbone!!!!!!!

Vitto: noooooo ma che dici??? Visar??? Are they steam trains???

Visar: yes of course!

Vitto:       :O

True Story

Prospettive bosniache

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Rivalutare luoghi meravigliosi, accogliendo ricordi di eventi che mai sarebbero dovuti accadere…

Rigenerarsi a contatto con la natura…

La curiosità di una ragazza: “You are not a turist, are you?” e la consapevolezza che la nostra presenza viene notata…

Raccontare all’infinito chi siamo e cosa facciamo…

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Passeggiare e fermarsi per un caffè – o si trattava di una rakja? – da una signora appena incontrata…

Sfogliare fotografie, collegando qualche parola in bosniaco e linguaggio non verbale…

Ricevere proposte di matrimonio per nipoti ventenni e un’imprecazione colorita al: “Ja imam muža”…

Nonostante qualche difficoltà, sentirmi a casa anche qua.

QUI BALCONE.

Bihac. Domenica 13 settembre.

Ci sono semplici gesti quotidiani che ti fanno sentire parte di una comunità: camminare per le vie del centro e ricevere l’abbraccio dei bimbi a cui si è fatta animazione, salutare la proprietaria dell’alimentari vicino a casa, incontrare volti amici mentre pesi la verdura al supermercato o fermarsi a prendere un caffè da Veljko e Dragica (e capirsi nonostante il mio bosniaco sia ancora a livelli imbarazzanti).
Ce ne sono altri che ti permettono di rispondere “Sto bene ” alla domanda più frequente che giunge dall’altra parte dell’Adriatico e uno di questi è uscire sul balcone e sentirsi a casa. Ho quindi deciso di fermarmi un attimo, su questo balcone, e sparpagliare un po’ i pensieri che si sono susseguiti da un mese a questa parte.
Un mese che sembrano almeno due per la densità degli eventi che porta con sè. Arrivata sotto il sole cuocente, in canotta e pantaloncini e già la felpa non basta più. In bosniaco sapevo contare fino a dieci e ora fino a venti più le decine e cento. La cartina della città posso lasciarla a casa ed è già ora di comprare nuovamente il detersivo per i piatti e fare scorta di carta igienica. Sì allora è vero: dopo le due settimane di Terre e Libertà sono tornati tutti a casa tranne me. Questa è la mia casa e lo sarà per un sacco di giorni ancora. Incredibile come” it takes time to realize” (l’inglese rende meglio il concetto e anche l’idea della confusione linguistica che regna nella mia testa) sia esattamente ciò che è avvenuto in me.
I balcani non sono nuovi nella mia vita come non lo è la Bosnia, il suo rito del caffè (Kafa), le sue Pekara (panificio), il verde del cantone della Una, la magia della sua capitale o la famosa “lentezza” che contraddistingue il susseguirsi dei suoi eventi. Nonostante ciò mi sento imbranata come la prima volta che arrivai a Kulen Vakuf sette anni fa. Attenta a “registrare” più “cose” possibili: situazioni, volti, nomi, strette di mano, angoli di città, orari, modi di dire, suoni, sguardi e occhiate. Per non perdermi niente. Per fare tesoro di tutto. Ma tutto non si può. Non subito per lo meno. Questo lo devo imparare. Assieme a tanto altro ancora e proprio qui sta lo stimolo, la bellezza del mio essere qui. L’ho desiderato tanto e per tanto tempo e ora ci sono dentro, con la testa e con il cuore.
Lo sforzo quotidiano è di mettere da parte la mia abitudine a voler scandire i tempi in base alle mie singole esigenze, a programmare a lungo termine e ad aspettarmi risultati definiti e risposte chiare nel giro di qualche ora, giorno o settimana. Ogni giorno di più, quindi, quando chiudo a chiave la porta di casa e apro contemporaneamente quella dei cinque sensi, che qui ci vogliono tutti e anche belli attivi, provo a fare questo sforzo.
Ascoltare non solo parole e suoni dell’alfabeto bosniaco (e rimanere il più concentrata possibile per coglierne il significato e memorizzarlo) ma anche la voce del muezzin che richiama i fedeli alla preghiera, le campane della chiesa vicino casa, l’abbaiare dei cani e anche i rimproveri del suo padrone, il rumore della sega del vicino che prepara le scorte di legna da bruciare per l’inverno che sta per arrivare, lo scorrere delle acque del fiume sia sotto il ponte che attraversa la città che in mezzo alle montagne che si attraversano facendo rafting.
Vedere, osservare, volti, modi vestire, di camminare, di guidare, di attraversare la strada, di porgerti una tazzina di caffè o una bottiglia di birra, di giocare nei campi da calcio e di basket ritagliati nei vari quartieri. Ma anche i cartelloni pubblicitari, le insegne dei negozi e gli annunci attaccati ai semafori o ai pali della luce che ogni volta cerco di decifrare e tradurre, le mille sfumature di verde che mi circondano e i cortili delle case che tanto raccontano dei suoi inquilini.
Toccare la frutta e la verdura al supermercato per capirne la consistenza, i volti dei bambini con una carezza, le mani degli adulti per presentarsi, le more e le corniole nei sentieri di montagna o le pagine dei libri che scelgo come compagni di viaggio per gli spostamenti in autobus.
Annusare l’odore del pane e delle pite passando davanti alla pekara, della carne grigliata e delle zuppe preparate dai vicini quando si fa sera, della frutta raccolta e mangiata, del fumo che già inizia a fuoriuscire dai comignoli delle case ma anche quello delle sigarette che, purtroppo, ti rimane nella maglia per giorni dopo aver passato anche solo qualche ora in un qualsiasi locale pubblico.
Mangiare e bere….direi praticamente tutto! Conoscere un popolo attraverso i suoi sapori credo sia una delle modalità più belle e complete che ci sia. Il cibo mette in relazione e per indole e per gola ovviamente non mi sottraggo mai né all’uno né all’altro.
Dov’ero rimasta? Ah sì, chiudo la porta, attivo i cinque sensi e mi preparo agli imprevisti della giornata. Non posso controllare tutto, ma posso affrontarli con un sorriso e con tanta pazienza.

373 Giorni

È passato circa un mese dall’inizio di questo progetto. E sono passati esattamente 373 giorni dal 2 settembre 2014, giorno in cui ho iniziato a vivere in Romania. Sì, perché, poco più di un anno fa ero appena agli inizi del mio progetto SVE (Servizio Volontario Europeo); e nei mesi precedenti, conoscenti, amici e familiari mi chiedevano il perché della mia scelta: ‘Perché vuoi perdere un anno della tua vita facendo volontariato (quindi non pagato)?’, ‘Perché proprio la Romania?’, ‘Ma non ci sono progetti anche in Germania, Francia o Inghilterra?’ E in quel momento, onestamente, non sapevo neanch’io esattamente il perché. Era stata una scelta istintiva (soprattutto la scelta della nazione), l’unica motivazione era quella di cercare di dare una svolta alla mia vita. Il giorno della partenza, quindi, ero motivato ma pieno di incertezze (con mia madre che continuava a ripetermi che se non fossi stato soddisfatto dal progetto, dall’appartamento, dalla città, sarei potuto ritornare in Italia anche dopo un giorno e nessuno mi avrebbe giudicato…). Io, dentro di me, sapevo che in ogni caso (nel bene o nel male), questa sarebbe stata un’esperienza irripetibile: un anno all’estero facendo attività con bambini.

Ma dopo le incertezze iniziali, in realtà mi bastarono pochi giorni per innamorarmi della mia nuova città, Cluj-Napoca, e della Romania in generale (avendo spesso la possibilità di viaggiare nei fine settimana), del progetto e dei miei 7 coinquilini/colleghi internazionali.

Così, mese dopo mese, iniziai a coltivare dentro di me, la speranza di restare in Romania in qualche modo, ma non sapendo esattamente come…

Fino al giorno (ad aprile) in cui, casualmente, venni a conoscenza del progetto di Servizio Civile all’estero organizzato da Ipsia. Un anno in Romania, ma in una città diversa dal mio SVE (Ramnicu Valcea), facendo attività con bambini. Da quel momento non ebbi più dubbi, sembrava che quel progetto fosse stato scritto con l’intenzione di esaudire il mio desiderio di restare. Quindi, feci domanda. E quelle stesse persone dubbiose della mia scelta prima dell’inizio del progetto SVE, questa volta erano completamente d’accordo con la mia decisione. Aspettai, speranzoso, fino al giorno del colloquio (in cui ero in preda al panico). E alla fine, dopo giorni di attesa pieni di tensione, venni selezionato. Con la speranza di rivivere lo stesso tipo di esperienze vissute durante il mio progetto SVE. Decisi anche di concludere con un mese di anticipo il progetto a Cluj, in quanto il servizio civile sarebbe iniziato ad agosto.

Così, il 31 luglio lasciai Cluj. E il 2 agosto ero già a Milano per l’inizio della formazione del Servizio Civile. Un giorno di pausa, quindi. Giusto il tempo di tornare a casa per salutare la mia famiglia.

Il servizio civile stava per cominciare… Ma il primo giorno, ricordo, non fu facilissimo. Ritrovarmi, nel giro di 48 ore, con nuovi colleghi, nuova Ong, ma parlando di argomenti molto simili a quelli trattati durante lo SVE fu inizialmente difficile. Ma poi, tra abolizione di articoli della Costituzione (l’art. 11) grazie all’aiuto di Chiara, creazioni di grandi composizioni poetiche sotto forma di Petit-onze

(Qui potete ammirare in originale la mia composizione letteraria in un momento di grande ispirazione durante il periodo di formazione)

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e serate insonni con la mia compagna di stanza Vittoria a causa della rumorosità del nostro vicino di stanza ‘Van Gogh’, ho apprezzato ogni momento della settimana di formazione. Ma, dentro di me, non vedevo l’ora di partire…

Il giorno della partenza, non c’era la pressione e le insicurezze della prima volta, sentivo che non avrei avuto bisogno di ambientarmi, perché stavo tornando a casa…in quel momento, infatti, non sapevo ancora che mi sbagliavo, e di grosso!

Così, arrivato a Ramnicu Valcea e accolto da Serena e Sofia di ‘Bambini in Romania’, decisi di lasciare velocemente i bagagli nel mio nuovo appartamento, visitai un po’ la città e cenai fuori. E solo al mio rientro in serata nell’appartamento che ebbi la spiacevole sorpresa che segnò le mie prime due settimane di progetto: l’appartamento era infestato da scarafaggi (decine…no, centinaia!), formiche e insetti vari. Fu così che passai la mia prima notte completamente insonne, armato di (numerosi) spray anti-scarafaggi, cercando di ucciderne il più possibile. E la concomitanza, subito dopo il mio arrivo, delle ferie dei principali membri della mia nuova Ong (Inima pentru Inima), con conseguente ritardo nell’inizio delle attività, contribuì a farmi sentire solo.

E, in quel momento, iniziai ad avere dubbi e incertezze. A partire dalla città: il trasferimento da Cluj (città universitaria e seconda città della Romania per popolazione, nonché città principale della Transilvania, la regione economicamente più avanzata del paese) a Ramnicu Valcea (città più piccola, con un’età media decisamente più alta e con un livello socio-economico decisamente più basso) iniziò a farsi sentire. Stessa cosa il passaggio da un progetto di gruppo (8 persone da 6 nazioni diverse) ad un progetto in solitaria (dovuto alla rinuncia pre-formazione della mia collega inizialmente prevista).

Così, vista la condizione dell’appartamento e il ritardo nelle attività, decisi di tornare per qualche giorno a Cluj, dai miei amici, a casa. In quei giorni, ebbi la possibilità di recuperare il sonno perduto e riflettere su quell’inizio shock. E, inaspettatamente, sulle poche similitudini tra i due progetti (l’unica vera similitudine arrivava da mia madre che mi consigliava quotidianamente di tornare in Italia…).

Ad oggi, con il mio rientro a Ramnicu Valcea (dopo una disinfestazione e una lunga pulizia della casa) la situazione è sicuramente migliorata (anche se, naturalmente, non ancora perfetta). Ho anche iniziato le prime attività; per ora principalmente lavoro d’ufficio, aspettando di poter iniziare le attività con i bambini.

In conclusione: il progetto è iniziato seguendo le mie aspettative? No. Almeno non per adesso (vedremo in futuro)…ma questo non ha scalfito minimamente la mia opinione della Romania e la mia voglia di continuare a vivere qui. E sicuramente non ha cambiato la mia decisione di prendere parte a questo progetto. Ci vorrà solo più tempo del previsto per ambientarmi e sentirmi a casa. Ma vi aggiornerò su questo blog…o almeno ci proverò (nel blog del mio progetto SVE ho smesso di scrivere dopo 4 mesi, questa volta proverò a migliorarmi…).

La Revedere,

Mario