LIVING ABROAD: Discovering the Balkans

Ormai metà di questo particolare anno all’estero, che ho vissuto a Prizren in Kosovo, se ne è già andato ed è giunto dunque il momento di fare una piccola riflessione.

Settimana scorsa, con tutti i volontari di IPSIA, ci siamo ritrovati a Roma per la verifica intermedia e ci sono stati dei momenti intensi di scambio delle varie esperienze.

Voglio partire col mio racconto da un paio di mesi fa. Era il 17 febbraio ed ho vissuto in prima persona il giorno dell’indipendenza della Repubblica del Kosovo! E’ stato un giorno di festa in cui Prizren è cambiata totalmente. La tranquilla cittadina, che sembrava essere andata in letargo con l’arrivo del gelido freddo invernale, si è trasformata in un posto affollatissimo, in cui si faceva fatica a camminare per strada. Molti portavano orgogliosamente con sé la bandiera gialla e blu che rappresenta il Kosovo, per affermare una volta di più la propria indipendenza. A Prishtina, come ogni anno, è stato rinnovato il monumento “NEW BORN” costruito 9 anni fa, che simboleggia la rinascita di questo Paese. Quest’anno è stato rappresentato un muro e le lettere “N” e “W” sono state capovolte col significato di “no walls”.

Ma facciamo un ulteriore passo indietro…sono passati cinque mesi dal mio arrivo a Prizren eppure mi sembra di essere qua da molto più tempo! Sono successe molte cose e ho vissuto diverse emozioni. In questo periodo ho provato nuove esperienze, e a volte risulta difficile riordinare le idee e gli eventi. Mi sono reso conto che ci vuole del tempo per metabolizzare e rendersi conto di dove ci si trova. E’ una strana sensazione: i giorni scorrono velocemente, e notizie da tutto il mondo e pensieri affollano la mia testa.

Ricordo quando ho avvisato parenti e amici che sarei partito per il Kosovo e molti di loro mi hanno guardato come a chiedere: “dove?” “ma sei sicuro?” ed è stato divertente osservare le diverse reazioni.

Superata la prima fase di sbandamento e approdato a Roma per la prima settimana di formazione, ero entusiasta e agitatissimo. Probabilmente perché non sapevo come avrei reagito una volta arrivato a destinazione e come sarebbe stato vivere quest’esperienza senza un compagno d’avventura con cui superare la prima fase di adattamento. Durante quella settimana, ho conosciuto persone davvero interessanti, molto diverse tra loro ma con uno spirito simile.

Una volta arrivato a Prizren il primo impatto non è stato così forte come temevo, ovviamente avevo bisogno di abituarmi ad un ritmo diverso da quello che era la mia vita prima, ma da subito si sono creati dei bei rapporti con i ragazzi in ufficio. Le prime impressioni sono state positive ed i primi giorni entusiasmanti, per il fatto che tutto era una novità. Visar, Merita e Kristian non sono soltanto colleghi ma si sono rivelati degli amici!

Ben presto ho capito che la città negli ultimi anni è cambiata molto ed in fretta, con il proliferarsi di numerosi palazzi (specialmente ai margini della città)…probabilmente nel tentativo di nascondere delle problematiche e dei disagi che invece rimango. Credo che la città, in questo, sia piuttosto contradittoria e ci sono molti elementi che lo dimostrano: un centro commerciale che sorge poco distante un sobborgo rom; il trattore carico di cavoli affiancato dalla macchina di lusso; i bambini rom di 7-8 anni che chiedono l’elemosina e fumano sigarette; immondizie bruciate; e un centro storico ben curato con diversi locali molto accoglienti. Non sono poi così lontano dalla mia madre patria ma vivere qua è come immergersi in una realtà parallela, dove oriente e occidente si incontrano in una atmosfera in continuo cambiamento. Penso che una delle cose che mi ha impressionato maggiormente siano i diversi profumi che si sentono camminando per la città: dall’aroma di caffè e di pane appena sfornato che si sente la mattina presto, all’odore forte risultato dell’inquinamento dell’aria da immondizie bruciate e smog che creano, per via delle montagne che circondano la città, una sorta di cappa. E per questo rimane sempre una leggera nebbiolina. Pure quando il cielo è sereno, all’orizzonte si può notare una striscia grigia. Ma, attraversando Shadervan (la piazza principale), dirigendosi verso Kalaja (la fortezza di origine medievale che domina la città) e quindi uscendo dalla città, ci si può immergere nella natura e nei bellissimi paesaggi che Sharr Montains offre.

Una caratteristica che mi ha colpito è stata la convivenza di diverse fedi e quindi la possibilità di passeggiare a fianco prima ad una moschea, da cui più volte al giorno si sente il canto in chiamata dei fedeli, poi ad una chiesa ortodossa e poi ad una cattolica…e questo, per me che non sono abituato, è qualcosa di affascinante. Una cosa invece a cui faccio fatica ad abituarmi è vedere i mezzi dei militari che ogni tanto si aggirano per la città.

A poco a poco ci si abitua sempre più a quelle che all’inizio erano le novità, e nel tentativo di integrarsi si diventa parte del contesto stesso (spesso vengo scambiato per turco XD). Per non sentire la mancanza della famiglia e delle tradizioni, il giorno di Natale ho partecipato alla mia prima escursione, con il Team Exploring (una associazione sportiva di volontari che regolarmente organizza escursioni) e da quel giorno ho continuato a partecipare avendo modo di conoscere gente del posto ed esplorare nuovi posti. Le persone conosciute tramite le diverse attività si sono rivelate amichevoli ed aperte al dialogo e al confronto.

Il gelido inverno, in cui le temperature sono arrivate a -25° è stato trascorso, per alcuni giorni, in compagnia dei ragazzi del campo invernale di Terre e Libertà con cui mi sono divertito molto.

Sono felice di essere arrivato qua e di avere la possibilità di visitare questo particolare Paese che spesso non viene considerato come meriterebbe.

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Numeri d’affetto

Venti braccini che ti stringono tutti insieme, altrettante gambine da tenere in braccio e far saltellare, venti manine che disegnano, toccano, afferrano, lanciano, spostano, accarezzano, si sporcano e si puliscono e altrettanti piedi che camminano, corrono, calciano.

 

E poi venti occhi.

Profondi, vispi, assonnati, allegri, lacrimosi. Castani, azzurri, neri, verdi.

 

Due di quelle braccia un giorno si sono fiondate su di me e mi hanno abbracciata fortissimo. La bocca di quello stesso corpicino, poi, mi ha detto:-“Tu sei la più bella! Ma..shh, non dire a nessuno che te l’ho detto”.

 

Due proprietari di quattro gambe, un altro giorno, hanno deciso che le mie erano più comode del divano e si sono addormentati. All’istante.

E sì, seduti, non sdraiati.

 

E ognuno di quegli occhi, ogni giorno, svariate volte, mi fa sorridere.

-“Etta, Etta, vedi chi c’è dietro di te!” – “Prr, non c’è nessuno” e ci casco sempre.

 

-“Etta, Etta, mi aiuti in matematica, non ho capito questo problema” – “Certo, allora.. è semplicissimo, immagina di avere 10 cioccolatini e ne dai 3 a me e 4 ad Alina..” – “No, li voglio dare a Lucia” –“Va bene, diamoli a Lucia.. dicevamo, 3 a me, 4 a Lucia e..” –“No, aspetta, ma poi me ne restano pochi, facciamo che li do solo a te” – “Marian, facciamo che questo è un esempio e che i cioccolatini veri sono tutti per te?” –“Ah, ma quindi anche a te posso non darli più?”

 

E sempre ognuno di quegli occhi, ogni giorno, svariate volte, mi fa innervosire.

Pasta della pizza sulla felpa, per terra e nelle magliette degli altri.

Mani tatuate da pennarelli, capelli tirati perché hai detto un “no”.

Anche calci, a volte. Urla, quelle non mancano mai.

Pianti e lagnetti per attirare l’attenzione.

 

Ma sono bambini e come tutti i bambini dopo un “Nu mai vorbesc cu tine” (Non parlo più con te) ti guardano con la coda dell’occhio cercando di incrociare il tuo sguardo e poi ti dicono che hanno deciso di fare pace con te. Loro.

 

E tanti bacini.

 

In Romeno non ci sono le doppie e in quelle poche parole in cui le trovi non le pronunci con un unico suono come in italiano; in più qui l’azienda di bus cittadini si chiama Eta.

Bene, io per loro sono un autobus e dopo tre mesi mi sono rassegnata a questa battuta…e spero di fargli fare un bel viaggio, allora.

 

 

 

Etta

 

 

P.S. : Il problema era semplicemente più complicato, c’erano frutti e non cioccolatini e altro tipo di operazioni da fare… ma il dialogo, per quanto surreale, è stato veramente quello.

“Volontari per lo sviluppo sostenibile”: nuovi servizi civili all’opera!

Il 7 novembre è partito il nuovo gruppo dei giovani di servizio civile nazionale all’estero per il progetto ACLI – IPSIA “Volontari per lo sviluppo sostenibile”, che li vedrà supportare le attività di formazione professionale, di promozione del turismo sostenibile, di animazione giovanile e di comunità, di sviluppo sostenibile e di tanto altro che saranno proprio loro a raccontarci.

Dove li abbiamo mandati per questo anno? Beh, non potevano mancare come sempre i Balcani, quindi anche stavolta siamo andati a “contaminare” e a farci “contaminare” in Bosnia Erzegovina con Irene e Nicholas, in Kosovo con Davide ed in Albania con Saimon e Marta.

Sempre presenti anche in Romania con Lucia ed Etta.

Ed infine, in Africa per ora solo in Mozambico con Nicolò ed Elisa e in Kenya con Federica e Gianella.

Certo, ormai sono passati più di due mesi dal loro inizio e sicuramente tutti avranno superato indenni la fase iniziale di spaesamento e di ambientamento, quindi buon servizio civile a tutti!

Riflesione dopo una nottata in pullman

Interminabili ore spese sui pullman sono il leitmotiv della mia esperienza nei Balcani. Ore e ore per raggiungere mete lontane e vicine, che raddoppiano inesorabilmente (sia le mete che le ore). Perché quando stai qui per un po’ ti rendi conto di tutte le cose imperdibili che devi assolutamente vedere: paesi, città, villaggi, montagne, laghi. E non finiscono più, anzi più visiti posti più la tua lista cresce, scopri posti di cui ignoravi l’esistenza e scopri che li devi assolutamente vedere. Perché questo posto è pieno zeppo di storia, natura e culture diverse. Allora decidi che forse ne vale la pena di farsi 15 ore di pullman per andare a vedere Sarajevo, Mostar, Kotor, Belgrado, Ohrid, Butrinto, la val Rugova, Berat, il Matka Canyon, Novi Sad, il lago di Scutari, le cascate di Strbacki Buk, il parco di Durmitor e quello di Plitvice, il monastero di Decani…
E durante quelle ore, durante tutte quelle canzoni turbo folk, attraversi monti, valli, laghi, fiumi e vorresti fermarti ad ogni curva, ad ogni vista mozzafiato che questa terra ti offre, spudoratamente, ad ogni angolo. Allora stai a guardare dal finestrino quello spettacolo passare e ti segni un appunto: “Qui ci devo assolutamente tornare”.

Riflessione dopo una nottata in pullman da Sarajevo a Prizren.12990897_10153591522148295_7530965548545117953_n

Liqeni I Ujmanit – Confine Serbia-Kosovo

I tempi lunghi della Cooperazione

Ci sono quei momenti in cui per qualche strano meccanismo mentale ti ritrovi a fare un rewind, un “fermi tutti, da dove ho iniziato?”. Le immagini e le sensazioni provate dal “Via!” iniziano, quindi, a susseguirsi e, una dopo l’altra, possono provocare un sorriso, un senso di nostalgia, di sorpresa o di turbamento talvolta.

Al mio recente rewind, che, per mia natura, sono solita fare con regolare candenza, non ho potuto non soffermarmi  sugli sviluppi e i cambiamenti che hanno coinvolto e stanno tutt’ora coinvolgendo sia me stessa, che le realtà che mi ciorcondano. Situazioni che sette mesi fa sembravano inaffronatbili ora sono ordinarie, relazioni difficili sono ora spontanee e naturali, linguaggi incomprensibili sensati e ordinari, missioni impossibili realtà in cambiamento. Sono piccole mutazioni, progressi, che se non ti ci soffermi non balzano agli occhi. Non ho costruito case, eliminato il problema della povertà nel mondo e reso ricchi i poveri, ma ciò non significa che il mio essere qui sia vano. La cooperazione  è un mondo per pazienti. E’ un mondo in cui il tempo non si calcola in ore; in cui la relazione vale più di un pezzo di carta timbrato (per quanto sia imprescindibilmente richiesto); in cui se vuoi verificare domani i risultati di ciò che hai fatto ieri cambia pure mestiere e se non sei disposto a “rimboccarti le maniche” e metterti in gioco in prima persona stai perdendo tempo. La cooperazione ha tempi lunghi, i tempi delle vite che coinvolge, direttamente o indirettamente e, nonostante ciò, non è detto che queste riescano a vedere  i frutti dell’operato di cui sono parte. Se il risultato finale è più importante del percorso che si fa per ottenerlo, è molto probabile che quest’ultimo ne verrà pregiudicato. Per questo, o credi in ciò che fai come i credenti credono in Dio, oppure, se ti aspetti di crederci solo quando potrai dire agli altri quanto sei stato bravo a realizzare il miracolo, lascia pure perdere.

ruzicaInsomma, dove sta il senso? Io credo che il senso stia nell’essere prima ancora che nel fare e in un fare condiviso piuttosto che nella mera iniziativa personale. “Siimo” dunque!.

Mozambico atto I.

Quanto più avanti si guarda, quanto più distante sembra essere il traguardo e ciò fa sì che le aspettative siano pesanti e pressanti, diventino quasi un fardello intangibile, più che i venti kg consentiti come bagaglio in stiva. Il tempo è il solo arbitro di questa partita chiamata “servizio civile”. Un arbitro con le sue regole, con le sue velate ammonizioni, dove non esistono squalifiche. “Chi ha tempo non aspetti tempo” è un detto che non è stato inventato da un mozambicano, perché l’unico che ha fretta per ora è quel chapa guidato dal tizio un po’ robusto con gli occhiali da sole e un leggero accenno di baffi, col suo comprador dalla consunta camicia a righe.

Le attese solitamente si protraggono; se si avverte la necessità di sentarsi, ecco spiegata la prima utilità delle capulane. Stoffe dal tessuto variopinto e geometrico, più o meno prodotte localmente. La qualità si riconosce esaminandone la fattura su entrambi i lati. Un metro per due di stoffa che diventa abiti, trapunte, borse, ma nella maggior parte dei casi esse rimangono così come sono, aggiustate un poco facendo l’orlo, e vengono usate dalle donne mozambicane nella vita di tutti i giorni. “La vera donna mozambicana non esce mai di casa senza la sua capulana”: la capulana non sostituisce la gonna ma veste sopra, allacciata nascondendo il portafogli, e pronte all’uso per ogni evenienza perché, come mi spiegava la cara Irmá Maria, “tutto può succedere” durante la giornata. Una pioggia improvvisa, e allora capulana sulla testa per proteggersi dalle gocce d’acqua. Se soffia dal mare una brezza pungente o se nei machimbombo entrano freddi spifferi d’aria delle prime ore del mattino, esse diventano caldi scialli. Per portare un bambino sulla schiena si avvolge la capulana ad esso e la si allaccia sul davanti. Bimbo sulla schiena, bacinella o sacchetto sulla testa e portamonete nascosto tra la capulana allacciata in vita, la donna mozambicana, in posizione perfettamente eretta è pronta a partire, aspetta all’ombra di un albero il prossimo chapa (se è fortunata nella tratta Ihassoro-Vilankulos potrà trovare passaggio sul minivan guidato da quel frettoloso dagli occhiali da sole di cui parlavamo prima) o a piedi sotto il sole per percorrere le distanze quotidiane.

A volte avranno fretta anche loro, e infatti erano tutti contenti di viaggiare così veloci in quel chapa del solito uomo robusto con gli occhiali e i baffi, stipati, sempre e comunque come sardine in un minivan che di posti ne ha 9 ma che trasporta fino a venticinque persone.

E intanto penso allo stridere di queste immagini cariche di caldo, odori e sabbia e insetti contro l’immagine delle porte dei vagoni della metropolitana che si aprono e si chiudono all’avviso sonoro, il nervoso saliscendi delle scale mobili e il rumore delle macchinette obliteratrici alla stazione della metropolitana di Avenue Louise.

Si aspetta che la pioggia passi, che arrivi il piatto ordinato un’ora prima, che la signora da cui stai acquistando le uova le vada a prendere a sua volta dalla cognata, il vicino aspetta che l’uomo della pompa dell’acqua torni “domani” a vedere se è tutto a posto, che il meccanico avvisato tre ore prima arrivi “subito” dopo un’ora di “ritardo”. Invece il rivenditore di lampadine elettriche del mercato si sta facendo fare barba e capelli, e non servirà nessun cliente prima che l’improvvisato barbiere abbia terminato il suo lavoro.

Il mercato è un intersecarsi sabbioso di costruzioni di lamiera e muratura e di merce esibita per terra stesa su teli e sacchi. Arriva prima l’odore del mercato del mercato stesso: l’odore del pesce è il più pungente fra tutti.

Rimango sempre piacevolmente sorpresa al mercato, vedo che c’è tutto il necessario e anche il superfluo – in altre parole c’è di più di quello che pensavo di trovare. Molti prodotti, pannolini e forcine per i capelli in primis, sono venduti al pezzo, più che al pacchetto.

Sui prodotti alimentari la concorrenza è inesistente, dato che tutti i venditori applicano lo stesso prezzo. Molta è la merce che viene dal Sudafrica, non solo i pomodori, i pochi cetrioli ma spesso anche le patate e le cipolle. Il riso viene dai paesi asiatici, più economico di quello prodotto localmente. Riso e patate sono due dei prodotti più consumati, almeno in quest’area, oltre alla xima, polenta di farina di mais.

Una sola volta ho trovato e acquistato una bella zucca, di circa tre chili, e sono andata avanti a mangiare zucca per una settimana: risotto con zucca, pasta con zucca, zuppa di zucca. Molti prodotti li acquisto da Lourenço, il contadino della mashamba vicino alla scuola, che per la missione coltiva anche bietole, melanzane, prezzemolo, basilico insalata e rape rosse.

Ai primi passanti del mercato chiedo dove si trova il venditore di carne, e riesco a ottenere solo direzioni evasive. Procedendo per la strada principale intravedo un paio di capre sulla sinistra ed eccolo lì, intento a scotennare un maiale (la prima carne di maiale che vedo) sotto un tavolo. Venditore di carne mi sembra un nome più appropriato di “macellaio”. Ritengo la macelleria un’arte, ne sono rimasta affascinata in quella macelleria là nel Limburg, tra celle frigorifere, coltelli e macchine per la trasformazione della carne in succulenti bocconcini à la belge.

L’uomo vende la carne del suo maiale a 170 mts al chilo. Gli domando se oltre a carne di maiale e di capretto tiene anche carne di vacca. Quella no, mi risponde, devi andare dal venditore più in giù, vicino al campo sportivo (che altro non è che un rettangolo sabbioso con rifiuti sparsi qua e là). Le indicazioni si rivelano essere molto precise, infatti il venditore di carne di vacca (più precisamente di bue) è al lavoro nel luogo indicato, come ogni venerdì. La testa del bue sta trionfale al centro del telo di plastica, e le mosche hanno già iniziato da un po’ a ronzargli intorno, nel caldo delle undici di mattina.

Torno a casa e trovo il vicino (quello che aspetta l’uomo della pompa dell’acqua che viene “domani” a controllarla) che si sta adoperando in vari lavori tra il cortile comune e la sua casa in previsione del natale. Non faccio in tempo ad avvicinarmi alla porta di ingresso che il solito gatto si annuncia con un miagolio, e lo trovo acciambellato sulla sedia in veranda. Gli insetti proliferano e ogni insetto che muore diventa cibo per altri insetti, in particolare le formiche, e nel giro di un’ora non ne resta più nulla.

La calura durante il giorno è a tratti insopportabile, sudiamo tutti indistintamente, le mie magliette si stanno tutte consumando dai frequenti lavaggi, dal sole, dal sudore.

Qui ci si ricorda del valore dell’acqua, della corrente elettrica, si gioisce quando si trova qualcosa di inaspettatamente gradito al mercato (come la zucca nel mio caso), sorrido di trionfo quando sullo chapa mi fanno il prezzo locale e non quello maggiorato per gli stranieri. Ascolto i discorsi della gente sull’aumento del prezzo di alcuni prodotti – dovuto alla svalutazione della moneta locale – specialmente sui prodotti di base come il pane, rincarato anche di cinque meticais nel giro degli ultimi mesi.

Lavo e conservo tutti i recipienti che possono tornare utili, specie se con coperchio ed ermetici, quel “tener da conta” così caro ai nostri nonni. Mi abituo mio malgrado a vedere tutti gli altri oggetti inutilizzabili (imballaggi del latte e latta soprattutto) e i rifiuti buttati più o meno indistintamente in un buco nella terra sabbiosa che, lattina dopo sacchetto, diventerà una piccola altura (ma tralascio per ora riflessioni sul problema dei rifiuti).

Imparo che qui quando una persona muore spesso se ne ricerca la causa in un feticcio, più che in una malattia, e che è proibito mangiare l’animale di cui si porta il nome (totem). Inhassoro, una striscia di terra sabbiosa di fronte all’Oceano, costellata di capanne, capre al pascolo, costruzioni diroccate, lodge turistici che hanno visto momenti migliori e una ventina di chiese disseminate su pochi km2 più o meno distanti dall’unica strada asfaltata, orgoglio dei locali, dove spesso gli ubriachi, bevuti fino ad essere privi di sensi, vengono investiti perché si addormentano sulla strada buia.

Nella canicola africana di una domenica srotolo la stuoia di vimini sul patio dell’asilo ora deserto per approfittare della luce del giorno, e rispolvero un libro di Paolo Rumiz nell’attesa di andare a conoscere personalmente i rilievi mozambicani.

Testa on, cuore on: action! Marciare per l’ambiente in quei di Bihać.

A metà ottobre  la postilla in una mail: “Ragazze riusciamo ad organizzare una marcia per l’ambiente a Bihać per la COP21?”. Una marcia? Sì, bello!! Ma come si fa?.

Inizia così e termina domenica 29 novembre con oltre un centinaio di persone che dalla piazza principale della città, sotto un sole che ha appena sciolto la prima neve, marciano sorridenti verso il parco dietro lo stadio dello Jedinstvo NK.

Uomini e donne, madri e padri di famiglia, lavoratori, ma soprattutto giovani, studenti e bambini. Tanti bambini sì, che inizialmente restii di fronte alle mie dita colorate, mi hanno circondata per avere il loro sole, fiore o nuvola disegnati sulla guancia. In una mano il palloncino colorato, nell’altra  un angolo di cartellone sintesi di un’istanza e si va! Si va a dimostrare che anche noi non restiamo immobili, che anche qui la Terra conta.

“Non fate costruire una centrale sul fiume Una!” apostrofa un anziano signore che incrocia sul marciapiede il nostro serpentone.  Guardo avanti e vedo i bambini,  colorati e divertiti, Haris con il megafono che li guida e la televisione locale che scatta foto. Mi guardo alle spalle e vedo gli studenti e amici a cui abbiamo rotto le scatole affinché diffondessero l’evento; ci sono tutti. Ci siamo quasi tutti e mi dispiace per chi non c’era, perché non sa la quantità di emozioni ed energia che si è perso.

Questa marcia è nata, non tanto e, non solo,  da mani esperte quanto da animi appassionati. E’ nata da uno scambio di idee tra noi di Ipsia e i membri delle associazioni che abbiamo coinvolto come partner (ABC e  il Parco Nazionale della Una).

Per tutto il periodo preparatorio, abbiamo fatto la spola tra un ufficio e l’altro, condiviso contenuti, accettato consigli e suggerimenti di chi più di noi conosce come funziona Bihać e i suoi Bisćani. Abbiamo  mediato tra ideale e realistico, tra leggerezza e creazione di significati che, seppur piccoli e semplici fossero incisivi, ma non abbiamo mediato sulla natura di questa marcia che volevamo fosse apolitica; una marcia di persone e non di simboli.

I cambiamenti di programma così come gli imprevisti, i ritardi e le piccole inadempienze sono state all’ordine del giorno ma di volta in volta, invece di gettare la spugna, ri-taravamo l’evento o rompevamo ancor di più le scatole. Ogni fatica è stata ripagata dal vedere un’idea comune prendere forma e soprattutto quella forma: giovane, gioiosa e, a dispetto delle più pessimistiche previsioni di tanti, numerosa.

Da quanta  felicità avevo in corpo, credo di aver ringraziato anche i canestri del campo da basket del parco in quella giornata, ma non c’è limite alla gratitudine per le cose belle e di valore. Hvala, grazie.