I tempi lunghi della Cooperazione

Ci sono quei momenti in cui per qualche strano meccanismo mentale ti ritrovi a fare un rewind, un “fermi tutti, da dove ho iniziato?”. Le immagini e le sensazioni provate dal “Via!” iniziano, quindi, a susseguirsi e, una dopo l’altra, possono provocare un sorriso, un senso di nostalgia, di sorpresa o di turbamento talvolta.

Al mio recente rewind, che, per mia natura, sono solita fare con regolare candenza, non ho potuto non soffermarmi  sugli sviluppi e i cambiamenti che hanno coinvolto e stanno tutt’ora coinvolgendo sia me stessa, che le realtà che mi ciorcondano. Situazioni che sette mesi fa sembravano inaffronatbili ora sono ordinarie, relazioni difficili sono ora spontanee e naturali, linguaggi incomprensibili sensati e ordinari, missioni impossibili realtà in cambiamento. Sono piccole mutazioni, progressi, che se non ti ci soffermi non balzano agli occhi. Non ho costruito case, eliminato il problema della povertà nel mondo e reso ricchi i poveri, ma ciò non significa che il mio essere qui sia vano. La cooperazione  è un mondo per pazienti. E’ un mondo in cui il tempo non si calcola in ore; in cui la relazione vale più di un pezzo di carta timbrato (per quanto sia imprescindibilmente richiesto); in cui se vuoi verificare domani i risultati di ciò che hai fatto ieri cambia pure mestiere e se non sei disposto a “rimboccarti le maniche” e metterti in gioco in prima persona stai perdendo tempo. La cooperazione ha tempi lunghi, i tempi delle vite che coinvolge, direttamente o indirettamente e, nonostante ciò, non è detto che queste riescano a vedere  i frutti dell’operato di cui sono parte. Se il risultato finale è più importante del percorso che si fa per ottenerlo, è molto probabile che quest’ultimo ne verrà pregiudicato. Per questo, o credi in ciò che fai come i credenti credono in Dio, oppure, se ti aspetti di crederci solo quando potrai dire agli altri quanto sei stato bravo a realizzare il miracolo, lascia pure perdere.

ruzicaInsomma, dove sta il senso? Io credo che il senso stia nell’essere prima ancora che nel fare e in un fare condiviso piuttosto che nella mera iniziativa personale. “Siimo” dunque!.

Testa on, cuore on: action! Marciare per l’ambiente in quei di Bihać.

A metà ottobre  la postilla in una mail: “Ragazze riusciamo ad organizzare una marcia per l’ambiente a Bihać per la COP21?”. Una marcia? Sì, bello!! Ma come si fa?.

Inizia così e termina domenica 29 novembre con oltre un centinaio di persone che dalla piazza principale della città, sotto un sole che ha appena sciolto la prima neve, marciano sorridenti verso il parco dietro lo stadio dello Jedinstvo NK.

Uomini e donne, madri e padri di famiglia, lavoratori, ma soprattutto giovani, studenti e bambini. Tanti bambini sì, che inizialmente restii di fronte alle mie dita colorate, mi hanno circondata per avere il loro sole, fiore o nuvola disegnati sulla guancia. In una mano il palloncino colorato, nell’altra  un angolo di cartellone sintesi di un’istanza e si va! Si va a dimostrare che anche noi non restiamo immobili, che anche qui la Terra conta.

“Non fate costruire una centrale sul fiume Una!” apostrofa un anziano signore che incrocia sul marciapiede il nostro serpentone.  Guardo avanti e vedo i bambini,  colorati e divertiti, Haris con il megafono che li guida e la televisione locale che scatta foto. Mi guardo alle spalle e vedo gli studenti e amici a cui abbiamo rotto le scatole affinché diffondessero l’evento; ci sono tutti. Ci siamo quasi tutti e mi dispiace per chi non c’era, perché non sa la quantità di emozioni ed energia che si è perso.

Questa marcia è nata, non tanto e, non solo,  da mani esperte quanto da animi appassionati. E’ nata da uno scambio di idee tra noi di Ipsia e i membri delle associazioni che abbiamo coinvolto come partner (ABC e  il Parco Nazionale della Una).

Per tutto il periodo preparatorio, abbiamo fatto la spola tra un ufficio e l’altro, condiviso contenuti, accettato consigli e suggerimenti di chi più di noi conosce come funziona Bihać e i suoi Bisćani. Abbiamo  mediato tra ideale e realistico, tra leggerezza e creazione di significati che, seppur piccoli e semplici fossero incisivi, ma non abbiamo mediato sulla natura di questa marcia che volevamo fosse apolitica; una marcia di persone e non di simboli.

I cambiamenti di programma così come gli imprevisti, i ritardi e le piccole inadempienze sono state all’ordine del giorno ma di volta in volta, invece di gettare la spugna, ri-taravamo l’evento o rompevamo ancor di più le scatole. Ogni fatica è stata ripagata dal vedere un’idea comune prendere forma e soprattutto quella forma: giovane, gioiosa e, a dispetto delle più pessimistiche previsioni di tanti, numerosa.

Da quanta  felicità avevo in corpo, credo di aver ringraziato anche i canestri del campo da basket del parco in quella giornata, ma non c’è limite alla gratitudine per le cose belle e di valore. Hvala, grazie.

Che ore sono?

“Izvinite, koliko je sati?”. Seduta ad un tavolino di legno del parco di Bihac (quello di stampo austro-ungarico) che si affaccia sul fiume Una , alzo lo sguardo dall’agenda bianca sulla quale, già da un po’, tentavo di raccogliere i miei pensieri in maniera un po’ meno disordinata del solito. Un ragazzo con caschetto e muta, si è accostato alla riva con la sua canoa e mi fissa in attesa di una risposta. Sì, non può che essere rivolta a me quella domanda, ma soprattutto: l’ho capita!. Prendo il cellulare, leggo l’orario e un po’ impacciata gli rispondo: “Dvanaest do jedanaest”. “Jedanaest?” mi chiede stupito, “Da!” rispondo. “Hvala!”, “Molim!”. Detto ciò, imbraccia nuovamente la pagaia e riprende a remare sotto il sole domenicale. Passata l’emozione per aver capito cosa mi stesse chiedendo, mi accorgo di avergli detto l’orario sbagliato, che stupida! Quando imparerò a non farmi “fregare” dalle emozioni?.

A tre mesi dall’avvio di questa esperienza di Servizio Civile, constato definitivamente che una delle sfide maggiori a cui mi sta sottoponendo è non tanto, o non soltanto, l’acquisizione di competenze progettuali, ma il riconoscere le mie capacità ed i miei limiti e “lavorarci sopra”. Ad essere sincera, speravo di essere riuscita già ad arrivare a buon punto da sola dopo ventisette anni di vita, ma devo ammettere che, il distacco da tutti quei punti di riferimento e abitudini che in questi anni hanno contribuito a dare forma all’idea che ho di me stessa, mi ha provocato spesso non poco smarrimento. L’essere “qui” e non “lì” ha comportato la necessità di fissare nuovi paletti e aggiustare la mia percezione di tutto ciò che accade in me e attorno a me. E’ un po’ come avere in mano una matita e, come quando ero bambina, disegnare me stessa nel mio mondo (che nella mia infanzia era: io nel giardino di casa, con mia sorella o le amiche di scuola). Nel disegno di oggi la casa è diventata una kuca (parola che in bosniaco significa casa), il prato non è solo una striscia di verde orizzontale ed io non sono più la bambina con la gonna che tiene per mano le amiche di fianco all’albero dai frutti rossi (che, non so perché, ma non mancava mai nei miei disegni) mentre il sole giallo splende in alto, nell’angolo destro del foglio. Quella bambina oggi beve pivo (birra) – rigorosamente Preminger, che è quella prodotta a Bihac – stringe la mano ad amici che parlano una lingua piena di consonanti e cammina su distese di verde ancora più verde perché attraversate dal colore smeraldo delle acque del fiume Una. I frutti rossi sono la rosa canina, le corniole ed i lamponi che crescono in abbondanza sia nei sentieri del Parco Nazionale della Una che negli appezzamenti di terreno che le famiglie (soprattutto nei villaggi) coltivano con cura per poi fare scorte di marmellate, succhi e grappe che aiutano a sopportare meglio gli inverni rigidi. Anche oggi disegno il sole in alto a destra, ma questa volta con la consapevolezza che quello stesso sole, nel passato recente, qui ha illuminato cortili di casa in cui regnava la paura più che la spensieratezza, il dolore piuttosto che la gioia. Questa forse è la differenza più concreta eppure talvolta tanto difficile da concepire. Grazie a momenti di ascolto e condivisione con persone di cuore che ho incontrato in questi anni nelle terre balcaniche, ho compreso che non ci sono parole giuste o sbagliate per replicare al ricordo di passati ed esperienze diverse e spesso dolorose. Quel che conta adesso, qui, è la comune condivisione di un presente alla ricerca di un posto nel mondo. Un posto in cui abbiano valore e priorità le relazioni umane piuttosto che gli interessi politici ed economici, la meritocrazia e non la raccomandazione. Sono politici e denaro a farla da padrone in questo paese; burocrazia infinita e infinitamente corrotta, politici che non vedono oltre il proprio naso e giovani generazioni che, frustrate, pianificano il proprio futuro altrove. E’ forse tanto diverso questo “qui” dal nostro “lì”? A me pare proprio di no. Riprendo in mano la matita e disegno un lungo sentiero che dalla porta della mia kuca si dirama verso una meta ancora in definizione, anche questa volta non sarò da sola. Con me verranno quelle stesse emozioni che devo imparare a gestire e tutte quelle persone che di emozioni vivono. Comunque se avessi saputo che sarebbe bastata una domanda sull’orario a farmi fare ordine nei pensieri lo avrei imparato prima dello s12212323_10153306496543721_1671300894_n12231327_10153306495458721_668806277_ntudio di pronomi e aggettivi! Hajmo Bosna!

QUI BALCONE.

Bihac. Domenica 13 settembre.

Ci sono semplici gesti quotidiani che ti fanno sentire parte di una comunità: camminare per le vie del centro e ricevere l’abbraccio dei bimbi a cui si è fatta animazione, salutare la proprietaria dell’alimentari vicino a casa, incontrare volti amici mentre pesi la verdura al supermercato o fermarsi a prendere un caffè da Veljko e Dragica (e capirsi nonostante il mio bosniaco sia ancora a livelli imbarazzanti).
Ce ne sono altri che ti permettono di rispondere “Sto bene ” alla domanda più frequente che giunge dall’altra parte dell’Adriatico e uno di questi è uscire sul balcone e sentirsi a casa. Ho quindi deciso di fermarmi un attimo, su questo balcone, e sparpagliare un po’ i pensieri che si sono susseguiti da un mese a questa parte.
Un mese che sembrano almeno due per la densità degli eventi che porta con sè. Arrivata sotto il sole cuocente, in canotta e pantaloncini e già la felpa non basta più. In bosniaco sapevo contare fino a dieci e ora fino a venti più le decine e cento. La cartina della città posso lasciarla a casa ed è già ora di comprare nuovamente il detersivo per i piatti e fare scorta di carta igienica. Sì allora è vero: dopo le due settimane di Terre e Libertà sono tornati tutti a casa tranne me. Questa è la mia casa e lo sarà per un sacco di giorni ancora. Incredibile come” it takes time to realize” (l’inglese rende meglio il concetto e anche l’idea della confusione linguistica che regna nella mia testa) sia esattamente ciò che è avvenuto in me.
I balcani non sono nuovi nella mia vita come non lo è la Bosnia, il suo rito del caffè (Kafa), le sue Pekara (panificio), il verde del cantone della Una, la magia della sua capitale o la famosa “lentezza” che contraddistingue il susseguirsi dei suoi eventi. Nonostante ciò mi sento imbranata come la prima volta che arrivai a Kulen Vakuf sette anni fa. Attenta a “registrare” più “cose” possibili: situazioni, volti, nomi, strette di mano, angoli di città, orari, modi di dire, suoni, sguardi e occhiate. Per non perdermi niente. Per fare tesoro di tutto. Ma tutto non si può. Non subito per lo meno. Questo lo devo imparare. Assieme a tanto altro ancora e proprio qui sta lo stimolo, la bellezza del mio essere qui. L’ho desiderato tanto e per tanto tempo e ora ci sono dentro, con la testa e con il cuore.
Lo sforzo quotidiano è di mettere da parte la mia abitudine a voler scandire i tempi in base alle mie singole esigenze, a programmare a lungo termine e ad aspettarmi risultati definiti e risposte chiare nel giro di qualche ora, giorno o settimana. Ogni giorno di più, quindi, quando chiudo a chiave la porta di casa e apro contemporaneamente quella dei cinque sensi, che qui ci vogliono tutti e anche belli attivi, provo a fare questo sforzo.
Ascoltare non solo parole e suoni dell’alfabeto bosniaco (e rimanere il più concentrata possibile per coglierne il significato e memorizzarlo) ma anche la voce del muezzin che richiama i fedeli alla preghiera, le campane della chiesa vicino casa, l’abbaiare dei cani e anche i rimproveri del suo padrone, il rumore della sega del vicino che prepara le scorte di legna da bruciare per l’inverno che sta per arrivare, lo scorrere delle acque del fiume sia sotto il ponte che attraversa la città che in mezzo alle montagne che si attraversano facendo rafting.
Vedere, osservare, volti, modi vestire, di camminare, di guidare, di attraversare la strada, di porgerti una tazzina di caffè o una bottiglia di birra, di giocare nei campi da calcio e di basket ritagliati nei vari quartieri. Ma anche i cartelloni pubblicitari, le insegne dei negozi e gli annunci attaccati ai semafori o ai pali della luce che ogni volta cerco di decifrare e tradurre, le mille sfumature di verde che mi circondano e i cortili delle case che tanto raccontano dei suoi inquilini.
Toccare la frutta e la verdura al supermercato per capirne la consistenza, i volti dei bambini con una carezza, le mani degli adulti per presentarsi, le more e le corniole nei sentieri di montagna o le pagine dei libri che scelgo come compagni di viaggio per gli spostamenti in autobus.
Annusare l’odore del pane e delle pite passando davanti alla pekara, della carne grigliata e delle zuppe preparate dai vicini quando si fa sera, della frutta raccolta e mangiata, del fumo che già inizia a fuoriuscire dai comignoli delle case ma anche quello delle sigarette che, purtroppo, ti rimane nella maglia per giorni dopo aver passato anche solo qualche ora in un qualsiasi locale pubblico.
Mangiare e bere….direi praticamente tutto! Conoscere un popolo attraverso i suoi sapori credo sia una delle modalità più belle e complete che ci sia. Il cibo mette in relazione e per indole e per gola ovviamente non mi sottraggo mai né all’uno né all’altro.
Dov’ero rimasta? Ah sì, chiudo la porta, attivo i cinque sensi e mi preparo agli imprevisti della giornata. Non posso controllare tutto, ma posso affrontarli con un sorriso e con tanta pazienza.