Tutti

Adesso che ci penso, chi ha voglia di andare a lavorare? Non possiamo dare una risposta corretta, perché essa sarebbe generica. E qua succede la stessa cosa. Anche certi kenioti non hanno voglia di lavorare, mentre altri ci mettono il cuore nel loro lavoro. Sono come noi. Anzi, siamo noi. Siamo fatti così. Tutti.
C’è chi saluta e chi no, c’è chi lavora e chi no, c’è il prepotente, l’incoerente e il disorganizzato, come c’è il gentile, il coerente e il precisino. Il responsabile e l’irresponsabile. La persona falsa e quella sincera.

È inutile tentare di girarci intorno con mille parole. Siamo tutti uguali. Come dice il braccialetto dello Slow Food che mi ha regalato John: “ Siamo tutti africani”. Ed è vero, anche se dire che siamo tutti africani vale a dire che non lo è nessuno. Strano concetto. Lo spiego con un esempio: Nel cartone “Gli Incredibili” Elasticgirl dice a sui figlio Flash: “..tutti sono speciali Flash” e lui: “Che vale a dire che non lo è nessuno”.
Wow. Risposta rivelatoria. Da bambino non ci fai caso, ma quando lo riguardi da bambino cresciuto capisci cosa vuol dire quella frase o, almeno, ti fa pensare. Perché in effetti, se tutti son speciali, non lo è più nessuno.
La Walt Disney colpisce ancora.

Da qui posso dedurre il risultato che siamo tutti uguali. Ma, per una strana coincidenza, che siamo anche tutti diversi.

Tra di Noi c’è la differenza di pelle: i bianchi si bruciano al sole e i neri no. Ma c’è la stessa differenza anche tra i Polentoni e i Tarroni.

Tra di Noi ci sono diversità culturali non da poco conto. Come ci sono tra noi Italiani e ‘sti maledetti Francesi.

Tra di Noi ci sono diversità linguistiche. Come, possiamo ben notare, anche tra Italiani e Tedeschi.

Tra di Noi c’è una grande differenza storica. Noi siamo stati i colonizzatori e loro i colonizzati.

Tra di Noi c’è una grande differenze di ricchezza. Noi ci adagiamo sul denaro e loro si adagiano sui nostri scarti.

Ma ecco qua che parlo di nuovo di “noi” e di “loro”. Siamo tutti uguali, ma mi ostino a dire loro e noi. Eheh. Bella roba. È un filo sottilissimo quello che divide il loro dal noi. Ma in certe occasioni, come quando si parla si storia, non si può usare altro. Loro sfruttati, noi sfruttatori. Punto.
Loro sono stati sfruttati per anni dalle potenze occidentali. Per tanti anni. Sono nello stato in cui sono mica per niente: anche noi 100 anni fa eravamo messi maluccio, anzi, eravamo proprio mal messi, ma siamo riusciti a sollevarci grazie a diversi fattori: uno è il fatto che i nostri avi si sono tirati su le maniche, ma non solo, un altro fattore è che siamo stati aiutati da potenze straniere e, infine, stiamo come stiamo anche grazie al loro sfruttamento.

Anche loro, soprattutto le donne, si stanno tirando su le maniche. Ma proprio tanto. Lavorano per se stesse oltre che per i figli. E questa è una cosa molto importante. Si fanno belle e lo fanno per sentirsi belle. Si danno importanza come da un bel po’ nessuno a loro dava importanza. Si danno man forte l’un l’altra. L’unica è la cultura che non viene a loro incontro. Gli uomini qui sono come da noi anni fa (o ancora oggi in certi casi). Non tutti. Non generalizziamo.A volte si aspettano gli aiuti esterni, perchè sanno che un giorno o l’altro qualcuno verrà ad aiutarli. Ma pazienza, Noi lo faremmo comunque, no?

E quindi mi giungono spontanee diverse domande: Chi siamo noi? Chi sono loro? Migliori? Peggiori? Guardando il loro modo di comportarsi, il modo di fare, come si divertono con poco, come si stupiscono con niente come i bambini…..Beh, direi che sono meglio loro. Ma anche lì: perché ci dev’essere proprio un meglio o un peggio? Che ansia. Che ansia che devo sempre trovare un peggio o un meglio. Non potrebbe essere così e basta? Senza nient’altro di più?

Annunci

i’m fine!

Una settimana e siamo in Kenya da un mese. Ma non ci posso credere. Non mi sembra vero che passeremo un anno qui alla Meru Herbs. Quant’è un anno? 365 giorni ok, ma poi? Qualcuno può darci qualche altra infomazione? Prima di partire ero tutto carico. Eravamo carichi. Fino al giorno prima, il venerdì, eravamo carichi. Ma al sabato, è iniziato a cambiare qualcosa. Quel senso di: ma dove sto andando? Cosa sto facendo? Ma, veramente?
Partiti all’ostello, io e Giulia ci siamo guardati, e non ci potevamo credere.
La prima week al Base Camp c’erano i ragazzi di Terre e Libertà. Siamo stati con loro. E lo starci insieme ci ha aiutato ad acclimatarci. A non essere sbattuti di peso in questo mondo. Abbiamo giocato con i bambini al pomeriggio, mentre al mattino girovagamo per la cooperativa. Primo lavoro: raccolto il carcadé. Essere piegati sotto il sole (e sotto una buona dose di crema solare) a raccogliere quel frutto così rosso, ci ha aiutato ad ambientarci, a fare le nostre prime conoscenze con lo staff.
Abari. “Buongiornocomestai?”. Mzuri.“Tuttobeneetu?”. Mzuri. “Benegrazie”.
Le prime parole insegnateci. Semplici. Cariche di significato. Anche quando gli dici in inglese “Hi”, loro ti rispondo “I’m fine”. E dentro di te dici: ma chi te l’ha chiesto? È proprio questo il bello. Nessuno te l’ha chiesto, in maniera esplicita. Perché questo? Perchè loro ti dicono come stanno e ti chiedono come stai in una parola. E tu di rimando gli rispondi che stai bene. Wow. E ti stringono sempre la mano, cercano sempre la tua mano. Poi magari non ti guardano negli occhi e continuano a fare ciò che stavano facendo senza ascoltare la tua risposta, ma ti chiedono come stai. Bello. Diverso. Innovativo (?).
Oggi è arrivato il container di CTM. Se ieri chiedevi: che facciamo domani? Loro: container. Proprio come quando chiedi: domenica che si farà? E loro: church. Chiesa. L’unica e sola priorità.
Caricare il container è stato uno spasso. Un po più lento a caricare le jams, ma per le tisane, wow. Troppo ridere! Veloci veloci. Raka raka. Abbiamo riempito ‘sto container in un batter d’occhio. Tutto pieno. Ci mancava veramente poco a essere veramente full. Che emozione. Che poi dici: per un container?! Ma sai cosa? Non ero mai entrato dentro a nessun container. E il fatto che è stata in Kenya la prima molta è stato strano. Devo venire qui alla Meru Herbs per farlo? Ebbene sì.
Un’altra cosa è che sono tanto, tanto ospitali. A volte veramente, mi sento in imbarazzo. Prendono tazze, le sciacquano, versano il te, mettono lo zucchero, girano tutto prima a te. E poi pensano a loro. Ti ingozzano di cibo e te ne offrono ancora. Che ridere. No, thank you. I’m ok. Ma loro continuano. Chissa se da noi…….