Che ore sono?

“Izvinite, koliko je sati?”. Seduta ad un tavolino di legno del parco di Bihac (quello di stampo austro-ungarico) che si affaccia sul fiume Una , alzo lo sguardo dall’agenda bianca sulla quale, già da un po’, tentavo di raccogliere i miei pensieri in maniera un po’ meno disordinata del solito. Un ragazzo con caschetto e muta, si è accostato alla riva con la sua canoa e mi fissa in attesa di una risposta. Sì, non può che essere rivolta a me quella domanda, ma soprattutto: l’ho capita!. Prendo il cellulare, leggo l’orario e un po’ impacciata gli rispondo: “Dvanaest do jedanaest”. “Jedanaest?” mi chiede stupito, “Da!” rispondo. “Hvala!”, “Molim!”. Detto ciò, imbraccia nuovamente la pagaia e riprende a remare sotto il sole domenicale. Passata l’emozione per aver capito cosa mi stesse chiedendo, mi accorgo di avergli detto l’orario sbagliato, che stupida! Quando imparerò a non farmi “fregare” dalle emozioni?.

A tre mesi dall’avvio di questa esperienza di Servizio Civile, constato definitivamente che una delle sfide maggiori a cui mi sta sottoponendo è non tanto, o non soltanto, l’acquisizione di competenze progettuali, ma il riconoscere le mie capacità ed i miei limiti e “lavorarci sopra”. Ad essere sincera, speravo di essere riuscita già ad arrivare a buon punto da sola dopo ventisette anni di vita, ma devo ammettere che, il distacco da tutti quei punti di riferimento e abitudini che in questi anni hanno contribuito a dare forma all’idea che ho di me stessa, mi ha provocato spesso non poco smarrimento. L’essere “qui” e non “lì” ha comportato la necessità di fissare nuovi paletti e aggiustare la mia percezione di tutto ciò che accade in me e attorno a me. E’ un po’ come avere in mano una matita e, come quando ero bambina, disegnare me stessa nel mio mondo (che nella mia infanzia era: io nel giardino di casa, con mia sorella o le amiche di scuola). Nel disegno di oggi la casa è diventata una kuca (parola che in bosniaco significa casa), il prato non è solo una striscia di verde orizzontale ed io non sono più la bambina con la gonna che tiene per mano le amiche di fianco all’albero dai frutti rossi (che, non so perché, ma non mancava mai nei miei disegni) mentre il sole giallo splende in alto, nell’angolo destro del foglio. Quella bambina oggi beve pivo (birra) – rigorosamente Preminger, che è quella prodotta a Bihac – stringe la mano ad amici che parlano una lingua piena di consonanti e cammina su distese di verde ancora più verde perché attraversate dal colore smeraldo delle acque del fiume Una. I frutti rossi sono la rosa canina, le corniole ed i lamponi che crescono in abbondanza sia nei sentieri del Parco Nazionale della Una che negli appezzamenti di terreno che le famiglie (soprattutto nei villaggi) coltivano con cura per poi fare scorte di marmellate, succhi e grappe che aiutano a sopportare meglio gli inverni rigidi. Anche oggi disegno il sole in alto a destra, ma questa volta con la consapevolezza che quello stesso sole, nel passato recente, qui ha illuminato cortili di casa in cui regnava la paura più che la spensieratezza, il dolore piuttosto che la gioia. Questa forse è la differenza più concreta eppure talvolta tanto difficile da concepire. Grazie a momenti di ascolto e condivisione con persone di cuore che ho incontrato in questi anni nelle terre balcaniche, ho compreso che non ci sono parole giuste o sbagliate per replicare al ricordo di passati ed esperienze diverse e spesso dolorose. Quel che conta adesso, qui, è la comune condivisione di un presente alla ricerca di un posto nel mondo. Un posto in cui abbiano valore e priorità le relazioni umane piuttosto che gli interessi politici ed economici, la meritocrazia e non la raccomandazione. Sono politici e denaro a farla da padrone in questo paese; burocrazia infinita e infinitamente corrotta, politici che non vedono oltre il proprio naso e giovani generazioni che, frustrate, pianificano il proprio futuro altrove. E’ forse tanto diverso questo “qui” dal nostro “lì”? A me pare proprio di no. Riprendo in mano la matita e disegno un lungo sentiero che dalla porta della mia kuca si dirama verso una meta ancora in definizione, anche questa volta non sarò da sola. Con me verranno quelle stesse emozioni che devo imparare a gestire e tutte quelle persone che di emozioni vivono. Comunque se avessi saputo che sarebbe bastata una domanda sull’orario a farmi fare ordine nei pensieri lo avrei imparato prima dello s12212323_10153306496543721_1671300894_n12231327_10153306495458721_668806277_ntudio di pronomi e aggettivi! Hajmo Bosna!

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