Prospettive bosniache

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Rivalutare luoghi meravigliosi, accogliendo ricordi di eventi che mai sarebbero dovuti accadere…

Rigenerarsi a contatto con la natura…

La curiosità di una ragazza: “You are not a turist, are you?” e la consapevolezza che la nostra presenza viene notata…

Raccontare all’infinito chi siamo e cosa facciamo…

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Passeggiare e fermarsi per un caffè – o si trattava di una rakja? – da una signora appena incontrata…

Sfogliare fotografie, collegando qualche parola in bosniaco e linguaggio non verbale…

Ricevere proposte di matrimonio per nipoti ventenni e un’imprecazione colorita al: “Ja imam muža”…

Nonostante qualche difficoltà, sentirmi a casa anche qua.

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QUI BALCONE.

Bihac. Domenica 13 settembre.

Ci sono semplici gesti quotidiani che ti fanno sentire parte di una comunità: camminare per le vie del centro e ricevere l’abbraccio dei bimbi a cui si è fatta animazione, salutare la proprietaria dell’alimentari vicino a casa, incontrare volti amici mentre pesi la verdura al supermercato o fermarsi a prendere un caffè da Veljko e Dragica (e capirsi nonostante il mio bosniaco sia ancora a livelli imbarazzanti).
Ce ne sono altri che ti permettono di rispondere “Sto bene ” alla domanda più frequente che giunge dall’altra parte dell’Adriatico e uno di questi è uscire sul balcone e sentirsi a casa. Ho quindi deciso di fermarmi un attimo, su questo balcone, e sparpagliare un po’ i pensieri che si sono susseguiti da un mese a questa parte.
Un mese che sembrano almeno due per la densità degli eventi che porta con sè. Arrivata sotto il sole cuocente, in canotta e pantaloncini e già la felpa non basta più. In bosniaco sapevo contare fino a dieci e ora fino a venti più le decine e cento. La cartina della città posso lasciarla a casa ed è già ora di comprare nuovamente il detersivo per i piatti e fare scorta di carta igienica. Sì allora è vero: dopo le due settimane di Terre e Libertà sono tornati tutti a casa tranne me. Questa è la mia casa e lo sarà per un sacco di giorni ancora. Incredibile come” it takes time to realize” (l’inglese rende meglio il concetto e anche l’idea della confusione linguistica che regna nella mia testa) sia esattamente ciò che è avvenuto in me.
I balcani non sono nuovi nella mia vita come non lo è la Bosnia, il suo rito del caffè (Kafa), le sue Pekara (panificio), il verde del cantone della Una, la magia della sua capitale o la famosa “lentezza” che contraddistingue il susseguirsi dei suoi eventi. Nonostante ciò mi sento imbranata come la prima volta che arrivai a Kulen Vakuf sette anni fa. Attenta a “registrare” più “cose” possibili: situazioni, volti, nomi, strette di mano, angoli di città, orari, modi di dire, suoni, sguardi e occhiate. Per non perdermi niente. Per fare tesoro di tutto. Ma tutto non si può. Non subito per lo meno. Questo lo devo imparare. Assieme a tanto altro ancora e proprio qui sta lo stimolo, la bellezza del mio essere qui. L’ho desiderato tanto e per tanto tempo e ora ci sono dentro, con la testa e con il cuore.
Lo sforzo quotidiano è di mettere da parte la mia abitudine a voler scandire i tempi in base alle mie singole esigenze, a programmare a lungo termine e ad aspettarmi risultati definiti e risposte chiare nel giro di qualche ora, giorno o settimana. Ogni giorno di più, quindi, quando chiudo a chiave la porta di casa e apro contemporaneamente quella dei cinque sensi, che qui ci vogliono tutti e anche belli attivi, provo a fare questo sforzo.
Ascoltare non solo parole e suoni dell’alfabeto bosniaco (e rimanere il più concentrata possibile per coglierne il significato e memorizzarlo) ma anche la voce del muezzin che richiama i fedeli alla preghiera, le campane della chiesa vicino casa, l’abbaiare dei cani e anche i rimproveri del suo padrone, il rumore della sega del vicino che prepara le scorte di legna da bruciare per l’inverno che sta per arrivare, lo scorrere delle acque del fiume sia sotto il ponte che attraversa la città che in mezzo alle montagne che si attraversano facendo rafting.
Vedere, osservare, volti, modi vestire, di camminare, di guidare, di attraversare la strada, di porgerti una tazzina di caffè o una bottiglia di birra, di giocare nei campi da calcio e di basket ritagliati nei vari quartieri. Ma anche i cartelloni pubblicitari, le insegne dei negozi e gli annunci attaccati ai semafori o ai pali della luce che ogni volta cerco di decifrare e tradurre, le mille sfumature di verde che mi circondano e i cortili delle case che tanto raccontano dei suoi inquilini.
Toccare la frutta e la verdura al supermercato per capirne la consistenza, i volti dei bambini con una carezza, le mani degli adulti per presentarsi, le more e le corniole nei sentieri di montagna o le pagine dei libri che scelgo come compagni di viaggio per gli spostamenti in autobus.
Annusare l’odore del pane e delle pite passando davanti alla pekara, della carne grigliata e delle zuppe preparate dai vicini quando si fa sera, della frutta raccolta e mangiata, del fumo che già inizia a fuoriuscire dai comignoli delle case ma anche quello delle sigarette che, purtroppo, ti rimane nella maglia per giorni dopo aver passato anche solo qualche ora in un qualsiasi locale pubblico.
Mangiare e bere….direi praticamente tutto! Conoscere un popolo attraverso i suoi sapori credo sia una delle modalità più belle e complete che ci sia. Il cibo mette in relazione e per indole e per gola ovviamente non mi sottraggo mai né all’uno né all’altro.
Dov’ero rimasta? Ah sì, chiudo la porta, attivo i cinque sensi e mi preparo agli imprevisti della giornata. Non posso controllare tutto, ma posso affrontarli con un sorriso e con tanta pazienza.

373 Giorni

È passato circa un mese dall’inizio di questo progetto. E sono passati esattamente 373 giorni dal 2 settembre 2014, giorno in cui ho iniziato a vivere in Romania. Sì, perché, poco più di un anno fa ero appena agli inizi del mio progetto SVE (Servizio Volontario Europeo); e nei mesi precedenti, conoscenti, amici e familiari mi chiedevano il perché della mia scelta: ‘Perché vuoi perdere un anno della tua vita facendo volontariato (quindi non pagato)?’, ‘Perché proprio la Romania?’, ‘Ma non ci sono progetti anche in Germania, Francia o Inghilterra?’ E in quel momento, onestamente, non sapevo neanch’io esattamente il perché. Era stata una scelta istintiva (soprattutto la scelta della nazione), l’unica motivazione era quella di cercare di dare una svolta alla mia vita. Il giorno della partenza, quindi, ero motivato ma pieno di incertezze (con mia madre che continuava a ripetermi che se non fossi stato soddisfatto dal progetto, dall’appartamento, dalla città, sarei potuto ritornare in Italia anche dopo un giorno e nessuno mi avrebbe giudicato…). Io, dentro di me, sapevo che in ogni caso (nel bene o nel male), questa sarebbe stata un’esperienza irripetibile: un anno all’estero facendo attività con bambini.

Ma dopo le incertezze iniziali, in realtà mi bastarono pochi giorni per innamorarmi della mia nuova città, Cluj-Napoca, e della Romania in generale (avendo spesso la possibilità di viaggiare nei fine settimana), del progetto e dei miei 7 coinquilini/colleghi internazionali.

Così, mese dopo mese, iniziai a coltivare dentro di me, la speranza di restare in Romania in qualche modo, ma non sapendo esattamente come…

Fino al giorno (ad aprile) in cui, casualmente, venni a conoscenza del progetto di Servizio Civile all’estero organizzato da Ipsia. Un anno in Romania, ma in una città diversa dal mio SVE (Ramnicu Valcea), facendo attività con bambini. Da quel momento non ebbi più dubbi, sembrava che quel progetto fosse stato scritto con l’intenzione di esaudire il mio desiderio di restare. Quindi, feci domanda. E quelle stesse persone dubbiose della mia scelta prima dell’inizio del progetto SVE, questa volta erano completamente d’accordo con la mia decisione. Aspettai, speranzoso, fino al giorno del colloquio (in cui ero in preda al panico). E alla fine, dopo giorni di attesa pieni di tensione, venni selezionato. Con la speranza di rivivere lo stesso tipo di esperienze vissute durante il mio progetto SVE. Decisi anche di concludere con un mese di anticipo il progetto a Cluj, in quanto il servizio civile sarebbe iniziato ad agosto.

Così, il 31 luglio lasciai Cluj. E il 2 agosto ero già a Milano per l’inizio della formazione del Servizio Civile. Un giorno di pausa, quindi. Giusto il tempo di tornare a casa per salutare la mia famiglia.

Il servizio civile stava per cominciare… Ma il primo giorno, ricordo, non fu facilissimo. Ritrovarmi, nel giro di 48 ore, con nuovi colleghi, nuova Ong, ma parlando di argomenti molto simili a quelli trattati durante lo SVE fu inizialmente difficile. Ma poi, tra abolizione di articoli della Costituzione (l’art. 11) grazie all’aiuto di Chiara, creazioni di grandi composizioni poetiche sotto forma di Petit-onze

(Qui potete ammirare in originale la mia composizione letteraria in un momento di grande ispirazione durante il periodo di formazione)

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e serate insonni con la mia compagna di stanza Vittoria a causa della rumorosità del nostro vicino di stanza ‘Van Gogh’, ho apprezzato ogni momento della settimana di formazione. Ma, dentro di me, non vedevo l’ora di partire…

Il giorno della partenza, non c’era la pressione e le insicurezze della prima volta, sentivo che non avrei avuto bisogno di ambientarmi, perché stavo tornando a casa…in quel momento, infatti, non sapevo ancora che mi sbagliavo, e di grosso!

Così, arrivato a Ramnicu Valcea e accolto da Serena e Sofia di ‘Bambini in Romania’, decisi di lasciare velocemente i bagagli nel mio nuovo appartamento, visitai un po’ la città e cenai fuori. E solo al mio rientro in serata nell’appartamento che ebbi la spiacevole sorpresa che segnò le mie prime due settimane di progetto: l’appartamento era infestato da scarafaggi (decine…no, centinaia!), formiche e insetti vari. Fu così che passai la mia prima notte completamente insonne, armato di (numerosi) spray anti-scarafaggi, cercando di ucciderne il più possibile. E la concomitanza, subito dopo il mio arrivo, delle ferie dei principali membri della mia nuova Ong (Inima pentru Inima), con conseguente ritardo nell’inizio delle attività, contribuì a farmi sentire solo.

E, in quel momento, iniziai ad avere dubbi e incertezze. A partire dalla città: il trasferimento da Cluj (città universitaria e seconda città della Romania per popolazione, nonché città principale della Transilvania, la regione economicamente più avanzata del paese) a Ramnicu Valcea (città più piccola, con un’età media decisamente più alta e con un livello socio-economico decisamente più basso) iniziò a farsi sentire. Stessa cosa il passaggio da un progetto di gruppo (8 persone da 6 nazioni diverse) ad un progetto in solitaria (dovuto alla rinuncia pre-formazione della mia collega inizialmente prevista).

Così, vista la condizione dell’appartamento e il ritardo nelle attività, decisi di tornare per qualche giorno a Cluj, dai miei amici, a casa. In quei giorni, ebbi la possibilità di recuperare il sonno perduto e riflettere su quell’inizio shock. E, inaspettatamente, sulle poche similitudini tra i due progetti (l’unica vera similitudine arrivava da mia madre che mi consigliava quotidianamente di tornare in Italia…).

Ad oggi, con il mio rientro a Ramnicu Valcea (dopo una disinfestazione e una lunga pulizia della casa) la situazione è sicuramente migliorata (anche se, naturalmente, non ancora perfetta). Ho anche iniziato le prime attività; per ora principalmente lavoro d’ufficio, aspettando di poter iniziare le attività con i bambini.

In conclusione: il progetto è iniziato seguendo le mie aspettative? No. Almeno non per adesso (vedremo in futuro)…ma questo non ha scalfito minimamente la mia opinione della Romania e la mia voglia di continuare a vivere qui. E sicuramente non ha cambiato la mia decisione di prendere parte a questo progetto. Ci vorrà solo più tempo del previsto per ambientarmi e sentirmi a casa. Ma vi aggiornerò su questo blog…o almeno ci proverò (nel blog del mio progetto SVE ho smesso di scrivere dopo 4 mesi, questa volta proverò a migliorarmi…).

La Revedere,

Mario

Provateci voi

– Servizio civile, ah ma dai? Dove?
– In Kosovo
Silenzio.
-Dove?
-In Kosovo

E’ un po’ questa la reazione che mi sono trovata davanti da parte di amici e conoscenti prima di partire. In quei rari casi in cui chi avevo di fronte riusciva a dare una collocazione al Kosovo – che so, tra un punto non ben definito dell’Europa e un punto non ben definito dell’est – mi veniva chiesto: “Ma l’hai scelto tu?”. Come a dire: “non potevi scegliere il Guatemala?”
E’ vero, ammettiamolo, non è che il Kosovo suoni come il posto più figo del mondo. Alle orecchie degli altri.

Ma per me si.

Io non vedevo l’ora di andarci. Di venirci. Di viverci. Di spenderci più tempo, di capire meglio quello che da bambina sentivo confusionato al tg e di cui gli adulti parlavano. Di quello che mi hanno raccontato colleghi ed amici. Non vedevo l’ora. Perché il Kosovo è stata la prima cosa che ho visto quando ho deciso di visitare e vivere nei Balcani. Da quel momento mi è entrato dentro, e c’è restato.
Le casette rosse di mattoni non finite, le strade polverose, le moschee. La storia di questa Serbia così ingombrante e di un’identità travagliata e rivendicata rossa e nera, a forma di aquila bicefala. Io voglio capire la gente del Kosovo. I bambini, le donne e gli uomini, i vecchi. I Serbi e gli albanesi. La loro storia, i loro anni di guerra. Io voglio capire cosa succedeva a un’ora di aereo dall’Italia, da noi, quando io andavo a scuola con la cartellina rosa dell’Invicta.

Ecco perché io volevo venire in Kosovo.

E il Kosovo mi ha accolto con un cazzotto nello stomaco. Mi ha accolto con la storia dei migranti. Si, perché a Prizren – dove sono io – sono arrivata a ridosso del DokuFest, una evento culturale fra i più famosi tra i Balcani, con proiezione in vari punti della città di documentari e corti di registi locali ed internazionali. Prizren mi ha accolto con la quattordicesima edizione di una manifestazione che nasce subito dopo la guerra, nel 2002 per rilanciare la cultura e il cinema in questa terra distrutta. E ho scoperto che non è una manifestazione tanto per, una di quelle cose buoniste che a noi occidentali vengon tanto bene. E’ una realtà, una presa di coscienza e il tema di quest’anno è stata la migrazione. Ecco perché il simbolo del DokuFest 2015 è un uccellino stilizzato. Un uccellino che migra come i Kosovari non possono fare, non riescono ad ottenere quasi mai visti per visitare altri paesi e sono esclusi dall’area Schengen. Ma la migrazione ha una doppia valenza. Ed è la valenza che tutti leggiamo nei giornali, vediamo nelle foto di reportage e di cui condividiamo post su Facebook e Twitter. E il DokuFest mi ha messo davanti una realtà che conoscevo e di cui mi informo e leggo, ma ha fatto parlare la gente. Mi ha fatto vedere gente che viaggia senza sapere cosa farà domani, dove sarà domani, genitori divisi da figli, documenti impossibili da reperire. Gente che viaggia di notte, amicizie di fortuna, bambini che piangono, pile puntate in faccia, controlli indiscriminati.
C’erano molti turisti al DokuFest. Molti pochi italiani. Sarebbe bello che qualche italiano potesse vedere alcuni di questi bei documentari. Perché quello che io ho pensato costantemente durante tutte le proiezioni che sono riuscita a vedere è stato: provateci voi. Provateci voi a viaggiare senza sapere dove sarete domani, provateci voi ad essere divisi dai vostri figli, provateci voi a viaggiare senza documenti, provateci voi a dormire in dormitori senza privacy e con controlli indiscriminati, ad essere svegliati nel bel mezzo della notte e presi a botte o portati a forza da qualche altra parte.
E allora per me il Kosovo significa provare a fare qualcosa. Nell’ambito delle migrazioni e riconciliazioni? Magari, vedremo. Nessuno può salvare il mondo, ma di sicuro ci si può mobilitare per fare qualcosa di diverso e migliore che vada un po’ più in là del proprio naso. Io ci provo.

i’m fine!

Una settimana e siamo in Kenya da un mese. Ma non ci posso credere. Non mi sembra vero che passeremo un anno qui alla Meru Herbs. Quant’è un anno? 365 giorni ok, ma poi? Qualcuno può darci qualche altra infomazione? Prima di partire ero tutto carico. Eravamo carichi. Fino al giorno prima, il venerdì, eravamo carichi. Ma al sabato, è iniziato a cambiare qualcosa. Quel senso di: ma dove sto andando? Cosa sto facendo? Ma, veramente?
Partiti all’ostello, io e Giulia ci siamo guardati, e non ci potevamo credere.
La prima week al Base Camp c’erano i ragazzi di Terre e Libertà. Siamo stati con loro. E lo starci insieme ci ha aiutato ad acclimatarci. A non essere sbattuti di peso in questo mondo. Abbiamo giocato con i bambini al pomeriggio, mentre al mattino girovagamo per la cooperativa. Primo lavoro: raccolto il carcadé. Essere piegati sotto il sole (e sotto una buona dose di crema solare) a raccogliere quel frutto così rosso, ci ha aiutato ad ambientarci, a fare le nostre prime conoscenze con lo staff.
Abari. “Buongiornocomestai?”. Mzuri.“Tuttobeneetu?”. Mzuri. “Benegrazie”.
Le prime parole insegnateci. Semplici. Cariche di significato. Anche quando gli dici in inglese “Hi”, loro ti rispondo “I’m fine”. E dentro di te dici: ma chi te l’ha chiesto? È proprio questo il bello. Nessuno te l’ha chiesto, in maniera esplicita. Perché questo? Perchè loro ti dicono come stanno e ti chiedono come stai in una parola. E tu di rimando gli rispondi che stai bene. Wow. E ti stringono sempre la mano, cercano sempre la tua mano. Poi magari non ti guardano negli occhi e continuano a fare ciò che stavano facendo senza ascoltare la tua risposta, ma ti chiedono come stai. Bello. Diverso. Innovativo (?).
Oggi è arrivato il container di CTM. Se ieri chiedevi: che facciamo domani? Loro: container. Proprio come quando chiedi: domenica che si farà? E loro: church. Chiesa. L’unica e sola priorità.
Caricare il container è stato uno spasso. Un po più lento a caricare le jams, ma per le tisane, wow. Troppo ridere! Veloci veloci. Raka raka. Abbiamo riempito ‘sto container in un batter d’occhio. Tutto pieno. Ci mancava veramente poco a essere veramente full. Che emozione. Che poi dici: per un container?! Ma sai cosa? Non ero mai entrato dentro a nessun container. E il fatto che è stata in Kenya la prima molta è stato strano. Devo venire qui alla Meru Herbs per farlo? Ebbene sì.
Un’altra cosa è che sono tanto, tanto ospitali. A volte veramente, mi sento in imbarazzo. Prendono tazze, le sciacquano, versano il te, mettono lo zucchero, girano tutto prima a te. E poi pensano a loro. Ti ingozzano di cibo e te ne offrono ancora. Che ridere. No, thank you. I’m ok. Ma loro continuano. Chissa se da noi…….