Da Prizren a Padova

E tutto ricomincia come un serpente che si mangia la coda.
Ed eccomi in treno; era da un pò che non ci salivo… forse è quasi meglio dei pulmann impolverati che girano in lungo ed in largo il Kosovo.A pensarci bene è nettamente superiore! Qui i sedili sono puliti, c’è spazio sufficiente per tutti e un largo vano per i bagagli ingombranti che mi porto appresso. Il ritardo è di solo mezz’ora. Tanto mi sono lamentato di Trenitalia in passato… ma se ci torni dopo un anno di Balcani sembra tutto perfetto.
Però c’è qualcosa che manca. Dov’è il bambino che piange in continuazione a causa del continuo sobbalzare della corriera? Ed il nonno, accanito fumatore, che pur di dare un paio di boccate di sigaretta si nasconde dietro la giacca ed alita in un sacchetto? Dove sono tutti i ragazzi che non riescono a stare fermi un secondo e sentono il bisogno di parlarti?
Su questo vagone, su cui mi trovo ora, non c’è lo stesso spirito, l’aria è spenta. Ognuno con lo smartphone in mano, assorto ed assorbito in un mondo parallelo, da cui probabilmente sono evaso durante la mia permanenza all’ estero, ma che non mi permette di comprendere come si possano passare 3 ore in un treno fissando uno schermo grande come un palmo senza mai alzare lo sguardo.
Dove sono tutti gli albanesi “rompipalle” che volevano parlarmi quando cercavo di isolarmi per leggere un libro? Perchè sento solo ora quest’enorme necessità di relazione, di conoscenza dello sconosciuto?

Quest’ anno dall’ altra parte dell’ Adriatico mi ha cambiato molto. Sarà stata l’opportunità di partire così giovane e di conseguenza ancora alla ricerca di una strada da percorrere o forse l’aver trovato dei colleghi che mi hanno spronato a mettermi in gioco in un mondo, quello delle NGO, a cui ero estraneo.
All’ inizio non ero convinto di partire. Il colloquio con l’ong (Ipsia) che selezionava le persone in partenza per il servizio civile internazionale era un azzardo e le speranze di essere preso poche. Ma infine, con una buona dose di fortuna, mi sono trovato catapultato in un mondo di cui non conoscevo niente e che a malapena sapevo collocare sulla cartina geografica. Appena atterrato mi è balzata alla mente una domanda; “ma chi me lo ha fatto fare? Non potevo restare a Padova a sbattere la testa sui tomi di diritto e economia?”

Dai banchi di università alla scrivania di ufficio. Trovarsi con delle vere responsabilità sulle spalle da un giorno all’ altro non è stato facile. Ci ho messo almeno un mese a rispolverare il mio inglese, e poi c’era da stabilire un piano di lavoro per l’ anno che avevamo davanti. Non essendo inseriti in un progetto, ci siamo dati da fare per creare un corso di lingua, giornate per la sensibilizzazione al rispetto dell’ ambiente, animazione di bambini nelle scuole e, merito ai miei 2 colleghi, scrivere un grande progetto da presentare all’ ufficio dell’Unione Europea in Kosovo.

Ma cosa mi mancava in Italia? Niente! Probabilmente proprio questo mi ha permesso di partire senza rimpianti. Avevo appena iniziato la carriera universitaria in modo abbastanza soddisfacente; il mio gruppo di amici è sempre stato il migliore che si potesse desiderare. Ma il rischio era che per i 5 anni successivi la mia vita sarebbe rimasta in stallo.
SERVIVA UN CAMBIAMENTO!!

l Kosovo è strano. Non ha niente di speciale, ma tutto ti colpisce. É cosi vicino all’Italia geograficamente ma così lontano culturalmente. Un Paese mussulmano che sta lasciando le sue ferree tradizioni religiose e si occidentalizza ad una velocità straordinaria; a volte anche esagerata (imitando spesso il peggio). Una regione in cui vivono 6 diverse comunità ma di cui non si può ancora parlare di convivenza unilaterale. Con una storia complicata alle spalle e con delle ferite di guerra ancora aperte, difficili da cicatrizzare…. ma con una sorprendente voglia di ripartire, di riprendersi da questo stallo sopratutto grazie alla spinta della nuova generazione.

Il Kosovo mi ha dato tanto, forse troppo e non so se io sono riuscito a lasciare qualcosa alla gente che ho incontrato lungo il mio percorso. Però vorrei ringraziare tutte le persone che mi hanno spinto a cogliere la palla al balzo e partire; ed allo stesso tempo gli amici che mi sopportano ancora adesso, vedendomi andare e tornare in balia delle mie decisioni azzardate.
Infine, GRAZIE ai miei amici Kosovari!! A tutti. Da quelli che vedevo sporadicamente ma che ti trasmettevano un forte senso di accoglienza invitandoti a casa propia per un Caj, un caffè turco o un Burek home-made, al mio office coordinator Visar che prima di essere collega era AMICO non dimenticandoci tutti i ragazzi che come me svolgevano il servizio civile internazionale nei Balcani.

Mirupafshim!
Un saluto, Marco

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2 thoughts on “Da Prizren a Padova

  1. che bello leggere queste parole! anch’io ho fatto il servizio civile in Kosovo con Ipsia precisamente anno 2009-.2010…bellissima esperienza! e il Kosovo, e tutte le persone che ho conosciuto,sono racchiuse nel cuore dei ricordi. Il Kosovo una bellezza particolare che ti coglie improvvisamente e non sai spiegarti il perchè ti piacciano i mille fili della corrente che popolano le strade, le strade poco asfaltate e la guida spericolata dei taxisti, quei miredita, o quei sorrisi della gente mentre passeggi per Prizren, il bellissimo paesaggio dalle rovine del castello, la calma e la pazienza che respiri per strada…anch’io ho conosciuto Visar!che bei ricordi, grazie di questo tuo pensiero, mi hai buttato a capofitto indietro nel passato e mi è sembrato un attimo di essere ancora lì, in quell’ufficio, su quella scrivania a scrivere, a pensare e a imparare.
    Emma

    • “Voglio dire che in Kosovo, come del resto dei Balcani, è necessario astenersi da giudizi affrettati. Più che altrove bisogna studiare, cercare la storia dei luoghi e delle persone, cogliere i segni, annusare l’aria, sapere cosa c’era prima…Altrimenti, se ci si fida delle prime impressioni o di quello che appare in superficie, si rischia di non capire. Qui più che in altri luoghi la vita è complessa, difficile da ricostruire. Qui più che mai, bisogna diffidare delle spiegazioni troppo semplici, che spesso nascondono menzogne” (Gentilini, Fernando, Infiniti Balcani. Viaggio sentimentale a Pristina a Bruxelles, Bologna, Pendragon, 2007, p. 24).

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