In un treno di Africa

Il treno fischia, rumore insolito in una natura carica di suoni naturali come quella del mato mozambicano. Il treno viaggia lento, rispecchiando l’andatura delle persone che, ai bordi delle strade, nelle città come nel bel mezzo della campagna, non corrono mai ma percorrono la loro via con pazienza e tranquillità, con la schiena pesante e la testa carica di legna, acqua o qualsiasi cosa da condividere con la propria famiglia. Anche il treno procede carico di borse, zaini, bagagli, sacchi, in un disordine di colori che quasi stona con l’incredibile tranquillità e compostezza delle persone che sono sedute nella carrozza: una cosa strana per i mezzi di trasporto locali. La maggior parte delle persone dorme; uomini, donne, bambini, un sonno leggero, un sonno lieve perché ad ogni scossone gli occhi stanchi si aprono un po’, per poi richiudersi vinti dalla stanchezza e dalla pesantezza del viaggio. I visi sono provati, segnati da una vita dura, che non ti regala niente.

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Un bambino è sveglio e con i suoi occhi grandi e profondi mi fissa, mi studia e poi accenna un sorriso. Chissà se la luce nei suoi occhi potrà essere un faro per questa Africa. Africa che, ancora assopita, non si preoccupa troppo di quello che succede intorno, Africa che, Continua a leggere

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