Pensieri, vecchi e nuovi, da un luogo fuori dal tempo

Riprendendo alcune considerazioni che avevo buttato giù prima di partire per l’Italia, provo a scrivere un articolo per conto mio perché forti sono le sensazioni provate nell’ultimo periodo.

Abbiamo scoperto delle cascate incantevoli, ci siamo improvvisate etichettatrici di marmellate e sgusciatrici di carcadè, abbiamo raccolto camomilla e piantato pomodori e ci siamo inserite nel contesto ogni giorno di più.

Abbiamo consolidato una quotidianità che ci dà stabilità e ci fa sentire a casa, con le giornate che corrono via tra mille impegni e pensieri diversi, tra il lavoro per la cooperativa e quello per l’Italia, nonché il lavoro di metabolizzazione della realtà che, a volte, si impone nelle nostre vite quotidiane e ci destabilizza.

Le cose che vediamo ogni giorno, soprattutto, mi rimangono impresse nelle pupille come mai mi era accaduto prima.

Ho visto un tizio in bicicletta, attaccato con una mano ad un camion, che si faceva tranquillamente trasportare su per una salita. Ho visto dei piccoli cuccioli d’uomo curvi sotto il peso della catasta di legna che stavano trasportando sulla schiena o dei barili d’acqua che portavano sulla testa, ma anche sotto il peso di zaini più grossi di loro, andando o tornando da scuola mentre camminavano da soli lungo la strada, come fossero adulti poco cresciuti. Ho visto i bambini più grandi prendersi cura di quelli più piccoli, bambine tenere in braccio i fratellini come fossero figli, e altre solo un pochino più cresciute tenere in braccio figli che avrebbero dovuto essere fratellini.

Ho visto una donna, un’amica, con la faccia livida per le botte ricevute dal marito, tornato a casa ubriaco una sera. Ho visto la rassegnazione negli occhi suoi e di tutte le altre donne che le erano intorno.

Ho visto uomini che dormivano sul ciglio della strada, donne che dormivano sui banconi del mercato, bambini che giocavano con uno pneumatico o con una macchinina fatta di bottiglie di plastica. Bambini pastori, tanti, che percorrono chilometri e si prendono cura delle capre o delle mucche, passando l’intera giornata all’aperto, in solitudine. Che genere di pensieri può fare quel bambino? Cosa si pensa quando non si ha nessuno con cui parlare?

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Siamo state tre settimane in Italia, per vacanza e per lavoro, e tornate al villaggio ci sembra di essere state via un’infinità di tempo. Riabituarci a questa vita, con le sue difficoltà e i suoi tempi lunghi e – al tempo stesso – con la miriade di esperienze e sensazioni che si provano ogni giorno, non sarà facilissimo. Eppure, prima di partire, avevo iniziato a sentirmi a casa qui.

Siamo state bene, con le nostre famiglie e i nostri amici, a riassaporare la nostra vecchia vita fatta di familiarità e comodità. Personalmente, però, mentre ero lì, ho provato una strana sensazione: quella di reagire in modo diverso alle situazioni che prima erano quotidiane e facevano parte della normalità.

Nei primi tre mesi passati qui sono cambiata, me ne sono accorta veramente solo una volta tornata a casa. Mi incuriosisce, e mi spaventa un po’, pensare a cosa proverò la prossima volta che tornerò a Roma, tra sette mesi.

Tornare al villaggio è stato di forte impatto: la vita qui era trascorsa esattamente come prima; a parte alcune cose, nulla era veramente cambiato. Rendermi conto che la nostra assenza non aveva prodotto particolari sconvolgimenti, mi ha dato un senso di tranquillità e mi ha “liberato” di alcune pressioni che sentivo gravarmi sulle spalle e che, in definitiva, mi ero creata da sola (strano l’animo umano: ci si sente sempre indispensabili, anche quando si crede di essere umili).

Intendiamoci, la nostra permanenza in Italia ha suscitato alcune aspettative tra la gente qui, e il nostro lavoro più grande adesso sarà di mantenere un certo equilibrio per evitare di alimentare speranze di aiuti esterni, come deus ex machina, che tutto lo staff di Meru Herbs sta aspettando.

Mi sto contraddicendo – me ne rendo conto – ma è difficile spiegare la sensazione del Ritorno, che sia alla casa solita, a Roma, oppure qui, in un villaggio sperduto al centro del Kenya, che per qualche rocambolesca virata della mia vita, ho iniziato a chiamare “casa”.

Per riprendere il contatto con il personale, il lavoro e il contesto, la prima giornata l’abbiamo passata ad affiancare lo staff nei loro impegni di produzione: abbiamo curvato la schiena per raccogliere la camomilla e ci siamo fatte i calli a tagliare e spremere 70 kg di limoni all’interno della jam factory – io sto ancora aspettando di riprendere sensibilità a un dito!

Ma rientrare in questo modo, “dalla porta di servizio”, è stato il modo migliore – crediamo – per ristabilire quel rapporto di complicità e fiducia che avevamo conquistato prima di partire. È stata una bella giornata, diventata ancora più bella quando ci siamo accorte, Daniela ed io, di non aver sentito il bisogno di consultarci o di comunicarci la necessità di questo atteggiamento: è venuto fuori spontaneamente, da parte di tutte e due, e ci siamo coordinate in modo del tutto naturale.

Meru Herbs è dove l’avevamo lasciata, il rapporto con la mia “sorella” di servizio civile è rimasto forte, fa caldo e splende il sole: sono felice e ottimista, mi sento piena di energie!

 

Camilla

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