Primi giorni a Scutari

Questi sono stati giorni intensi ed è molto difficile fare un primo bilancio e mettere in ordine tutte le sensazioni e la velocità con cui scorre il tempo in un flusso di coscienza dove le parole scorreranno con un ordine casuale, come le idee, rispettando i migliori romanzi di Joyce.
I concitati giorni della pre-partenza (ansia, entusiasmo, paure) si sono trasformati in meraviglia durante l’atterraggio a Tirana. Dopo le prime trafile burocratiche dove l’ufficiale mi dice “Prima volta in Albania” ed io rispondo “Si”, lui di nuovo “Benvenuta” ed io “Grazie”, esco dall’aeroporto, dove mi attende Mauro, cooperante IPSIA, e si va alla volta di Tirana. Appena uscita, mi sono sentita come una bambina in un luna park, meravigliata della bellezza e dell’imponenza dei monti, nello stesso tempo mi sono resa conto di come non avessi una percezione fisica di questo paese, così vicino ma per molti aspetti così misterioso. Nella caotica e vitale Tirana incontriamo Mirela che lavora nella sede cittadina che mi spiega le attività e si discute un po’ in generale per poi dirigerci verso la sede di Tirana Ekspres, associazione culturale molto attiva sul territorio per poi di nuovo tornare in aeroporto a prendere Martina, come me a Scutari (Sara è arrivata qualche giorno dopo), Marco e Dario, servizi civili a Prizren in Kosovo. Poi siamo andati tutti insieme a Scutari, dove conosciamo Marjan il nostro Olp e quella che è diventata la nostra nuova casa dove rimaniamo incantati dal panorama visto dal nostro balcone. E di nuovo le montagne così imponenti, meravigliose e ancestrali ma anche dure per chi ne vive la quotidianità, gli spostamenti e gli “isolamenti”. I giorni successivi sono un susseguirsi di incontri con i responsabili di associazioni e organizzazioni iniziando a familiarizzare con il contesto scutarino. Grazie anche all’arrivo di Graziano e Ilaria, giornalista e fotografa in missione per la raccolta di materiale sulle storie dei migranti, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare le interviste e le storie di varie persone che hanno scelto di tornare qui dopo l’esperienza migratoria italiana. Alcune storie, persone e situazioni sono impresse nella mia memoria più di altre: il coraggio, la positività e la forza delle donne da Alma e Alketa; i volti,  i sorrisi, la vivacità dei bambini nella parrocchia di Rragam (dove io Sara e Martina ci siamo cimentate in una pseudo lezione di italiano); gli abbracci, le strette di mano e quei piccoli occhi desideri di attenzioni dell’orfanotrofio di Scutari, non nascondendo una certa tristezza nel momento del nostro arrivederci perché sarei voluta rimanere lì. Sono state giornate piene, frenetiche e a tratti alienanti, perché rendersi conto di essere qui provoca ancora una sensazione strana, per metabolizzare e recepire i mille stimoli ma avash avash (piano piano) cercheremo di tessere le file del nostro significato di Servizio civile, entrando sempre di più nel contesto, nei suoi “codici culturali” e costruendoci una propria quotidianità, dal vicino, alla gelateria sotto casa, al supermercato dove già tutti ti salutano. Tra le tante cose da fare c’è anche quello di imparare l’albanese (cosa ironicamente sconsigliata da alcune persone e sono già partite scommesse) ma adesso la parola che ripeto di più è faleminderit (grazie) per l’accoglienza calorosa ricevuta soprattutto dallo staff di IPSIA ACLI në Shipëri. Durante uno degli incontri abbiamo potuto sperimentare il concetto di ospitalità albanese (mikpritia) mangiando buonissimo formaggio fresco di capra, pane fatto in casa e la presenza dell’immancabile raki.

Daniela

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