Antivigilia

Skopje, 22 dicembre 2012. Arriviamo in città addirittura con due giorni d’anticipo rispetto al volo del rientro natalizio, che sarà la vigilia, non sia mai che lo perdiamo… Comunque siamo alla sera del 22 dicembre, mancano due giorni al volo, Skopje la conosciamo già: che si fa domani? Bocciato lo shopping prenatalizio, bocciato il tour alla Millennium Cross (la croce più alla del mondo che domina la città. Nella fattispecie, visto il maltempo, domina uno strato di nubi).

Non ci resta che Shutka, in macedone Šutka, o più correttamente Šuto Orizari ( in Romanes Shuto Orizari).

Ne avevamo già parlato, avevamo già detto ci sarebbe piaciuto andare in quella che le stime dicono essere la municipalità Rom più grande d’Europa. Perché con le comunità Rom abbiamo avuto a che fare in Kosovo, perché la loro condizione in tutti i Balcani è critica e perché questo posto deve essere a suo modo ‘unico’. Guardo Alice e capisco che non ci sono alternative.

Non mi va qui di parlare dei problemi che ha questo posto, della sua storia, dell’integrazione dei Rom che arrivano qui da mezza Europa, del difficile inserimento scolastico dei bambini, della disoccupazione, della discriminazione delle minoranze, della povertà. Accontentatevi di quello che ho visto. Quanto al resto, ho trovato un articolo su Repubblica, un po’ vecchiotto a dire il vero, che però racconta qualcosa in più su questa città. (http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/21/news/shutka_rom-6407470/).

Ci alziamo e andiamo a cercare un bus che ci porti a Shutka, non più di dieci km da Skopje. Con qualche difficoltà linguistica, chiediamo informazioni, ignorando le espressioni perplesse di chi sembra non capire perché vogliamo andare proprio lì. Troviamo la fermata del bus e, dopo esserci viste passare davanti due eleganti double decker, appare il nostro: bello sgangherato pieno di gente modesta, molto. Paghiamo qualcosa come 50 dinari in due, meno di un euro. I nostri compagni di bus non sono macedoni, lo dicono le facce, l’abbigliamento e le lingue (sentiamo parlare in albanese e romanes).

Lasciato il centro, c’è un’altra Skopje. Alice si chiede come faremo a riconoscere la nostra fermata. In effetti non sappiamo dove sia il capolinea, ma Shutka sa farsi riconoscere. Cominciamo a vedere case-baracche, bimbi rom per le strade e poi, tutti si preparano a scendere. Saltiamo giù anche noi. Quello che vedremo nell’ora successiva non è facilmente descrivibile. Senza nemmeno doverlo chiarire, io e Alice, decidiamo che è meglio non parlare. Ci sono cose che si commentano da sole e poi non vogliamo dare nell’occhio. Siamo comunque straniere, non conosciamo il contesto. Le riflessioni sono rinviate. Ovviamente, niente foto.

Shutka, a differenza del centro di Skopje (che la domenica è chiuso), oggi è un enorme mercato vivissimo, pullulante di persone, bancarelle, animali. Iniziamo a passeggiare e, dopo aver visto jeans a 100 dinari (poco più di un euro), ci infiliamo nel mercato coperto. Per coperto si intende un’area enorme con un tetto basso, bancarelle ravvicinate e cunicoli stretti. Si vende qualsiasi cosa, per lo più cose nuove, abbigliamento; ma anche alimentari, prodotti per la casa, cd, pezzi di ricambio… Le persone che vediamo sono tutte, dico tutte, di etnia Rom. Siamo le uniche con la pelle chiara, si vede che siamo straniere, eppure sembriamo non dare nell’occhio, nessuno che ci importuna, nessun bambino ci apostrofa con “Hello”. Questa cosa ci piace molto, ci sentiamo un po’ mimetizzate. Intorno a noi le persone contrattano, urlano, invitano all’acquisto. Sbuchiamo dall’altra parte del mercato coperto e ci attende il mercato delle carni. Su un tavolo di plastica ci sono fette e pezzi di mucca, di questo non abbiamo dubbi, c’è la testa a dimostrarlo, con tanto di lingua. Ci ritroviamo in una via secondaria, ci sono bambini dappertutto. Tanti, molti sono poco vestiti per il clima rigido. Qualcuno indossa ciabatte. Uno ha un paio di stivali uguali ai miei, peccato non abbia più di tre anni. Sembrano fargli da vestito, a mo’ di gatto con gli stivali. Ci sono case di ogni genere e specie, costruzioni improvvisate, lamiere e fango. Oggi c’è il sole, molte mamme ne hanno approfittato per fare il bucato, ci sono pentolini per l’acqua calda nei giardini e file di calzini colorati stesi (interminabili).

Le strade sono battute da poche macchine e molti carretti trainati da cavalli o muli. Ci sono anche macchinine da golf ingegnosamente riadattate a macchine per il taglio legna. Ad un certo punto ci vengono incontro un uomo e un ragazzino con in braccio due grosse oche, il ragazzino è visibilmente piccolo per quel peso. Se la ridono e ci passano oltre. Dopo la capra al guinzaglio che avevamo visto poco fa, i muli caricati con legna, i cavalli da trasporto e i cani da divertimento, le oche completano il quadro.

Arriviamo ai confini del centro abitato, sappiamo che oltre c’è una città-discarica, ma preferiamo rientrare, non siamo sicure di voler vedere quella parte e forse lì daremmo troppo nell’occhio. Ci orientiamo verso la moschea e verso la fermata del bus, ripassando per il mercato.

A guardarla bene, questa città-quartiere sembra un po’ un presepe, e giacchè siamo all’antivigilia, penso che il Bambinello dovrebbe nascere in un posto come questo.

Anna Tosetti – servizio civile in Kosovo

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