Dopo nove mesi

Nentor, novembre, come nove sono i mesi che sono passati da quando sono arrivata in Kosovo, il tempo in cui le cose fanno capolino. Il mese in cui da certe riflessioni non si può scappare, perché, semplicemente, nascono.

E così novembre mi ha offerto una serie di situazioni che non riesco a riassumere, di spunti, che non riesco a mettere in ordine.

Di due cose non amo parlare, da un po’ di tempo a questa parte: della politica (in generale) e della guerra (del Kosovo). Per svariati motivi, primo fra tutti, non mi sento all’altezza di poter contribuire al dibattito, non mi sono ancora fatta un’idea né sul primo né sul secondo argomento e preferisco ascoltare ciò che hanno gli altri da dire in proposito. Ma pare che il dribbling degli argomenti scomodi a novembre non sia possibile.

Para luftes, prima della guerra. Già perché molte cose erano diverse prima, nel bene e nel male, questo le sento ripetere in continuazione. E sicuramente essa rappresenta un discrimine temporale forte, anche per chi non l’ha vissuta in prima persona. Quando mi dicono para ormai so che intendono dire prima della guerra. Non tutti i prima sono uguali: c’è il prima vissuto dai ragazzi, il prima dei trentenni, il prima degli anziani. C’è il prima di chi vi guarda con malinconia, e di chi invece, con buona dose di distacco e ottimismo, si proietta in avanti e non ama parlare di ciò che c’era o non c’era prima.

Durante un paio di interviste ai migranti in rientro ci è capitato di parlare con persone analfabete che alla domanda: “Quando hai lasciato il Kosovo?” non sapevano rispondere con una data precisa ma con un avverbio temporale: dopo, subito dopo la guerra. Un prima e un dopo. E un durante che ognuno racconta in modo diverso, perché usa i propri occhi come filtro e le proprie impressioni come metro di misura. Non ci sarà mai un’idea universalmente (ma anche localmente) condivisa di ciò che è successo. Non c’è nemmeno sui libri di storia, non c’è nei memoriali, non c’è nelle bandiere, non c’è nei tanti piccoli e grandi processi che questo giovane Stato sta vivendo. È ancora una storia personale. Gli occhi di questo mese sono gli occhi di chi (albanese), davanti a un caffè a Kukes in Albania, mi racconta di quando è stato lì come rifugiato, dopo aver camminato per ore in mezzo ai monti e adesso, guardando questa piccola cittadina, ne vede i molti cambiamenti e progressi, come se quei tempi fossero molto più lontani di quanto non sia in realtà. Ma sono anche gli occhi di chi (serbo), pur accettando l’attuale stato di cose, cerca di spiegarmi perché l’identità di un Paese è un processo complesso e perché il Kosovo rappresenta per la Serbia qualcosa di molto di più di una regione, ma è invece un pezzo importante di identità.

Nel frattempo la politica fa capolino in questo novembre. Sul fronte dei negoziati Belgrado-Pristina, il mese si è aperto con un incontro a Bruxelles tra il premier serbo Ivica Dačić e quello kosovaro Hashim Thaci, su invito dell’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue Catherine Ashton. I partecipanti hanno dichiarato che è stato realizzato un evidente avanzamento verso la normalizzazione delle relazioni. Risultati apprezzabili, ma non graditi da tutti, soprattutto da coloro che vedono in questi negoziati un’arrendevolezza del premier kosovaro. Le proteste nella capitale kosovara non sono mancate e, qualche giorno dopo l’incontro, passeggiando tra le strade di Pristina, ho trovato questa vignetta.

Immagine

[Nella vignetta Hashim Thaci in veste di cameriere ‘offre’ al premier serbo le province a maggioranza serba nel nord del Kosovo, con l’approvazione della Ashton, senza voler nulla in cambio]

Critiche a parte, sul versante politico, qualcosa sembra muoversi. E la giustizia? Anche su questo fronte novità. Ma poco convincenti e, a mio parere, poco piacevoli. Il Tribunale per i crimini nell’ex-Jugoslavia dell’Aja ha assolto Ramush Haradinaj, ex comandante dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) ed ex premier, dalle accuse di violazione delle leggi e usanze di guerra.

Pristina, giovedì 29 novembre, ci troviamo per caso in aeroporto nel preciso momento di cui Haradinaj torna in patria. Il piazzale dell’aeroporto, solitamente vuoto, è pieno di persone che sventolano bandire e cantano cori. Alcune sono arrampicate sugli alberi, c’è chi fa foto, video, chi, nell’attesa, fa gare con i carrelli per i bagagli. Sono arrivati con macchine e bus organizzati. Sono qui per accogliere quello che per loro è un eroe, un liberatore. Il maxischermo manda ripetutamente in onda le immagini della sentenza. Poi Haradinaj atterra e una pioggia di fuochi d’artificio illumina il cielo sopra l’aeroporto, accompagnata da applausi. Decidiamo che non c’è altro da vedere e torniamo verso Prizren. Con un po’ d’amarezza. Penso che non è la complessità di questo posto a spaventarmi ma l’ostentato semplicismo che non ammette discussione né confronto.

Ma novembre è anche stato il mese del centenario dei nostri vicini albanesi! Festeggiato anche da molti albanesi del Kosovo (dove il 28 novembre è stato festa nazionale), della Macedonia, della Serbia e del Montenegro. Festa grande per un Paese che sta affrontando sfide nuove, non da ultima quella dell’ingresso all’Unione Europea.

Ho parlato di queste cose con un amico che vive a Prizren, le abbiamo messe un po’ tutte assieme, come una conversazione con çaj esige, mescolandole con un po’ di zucchero. Mi ha risposto che le persone qui non sono ben informate (o non si informano), che preferiscono discutere di torti passati, arroccarsi su antichi dibattiti, piuttosto che protestare per le ingiustizie presenti, che non osano chiedere alla politica ciò che gli spetta.

“Do you know the story of the king and the elephant?”. No, rispondo, non la conosco.

C’era una volta un villaggio dove il re decise di metterci un elefante. Dopo alcuni giorni gli abitanti andarono a protestare con il dignitario del re perché l’animale stava distruggendo le loro abitazioni. “Dovete lamentarvi con il re non con me, ma se volete vi accompagno” disse l’uomo. Così alcune persone seguirono il dignitario al palazzo. Prima di entrare l’uomo si guardò indietro e vide che erano circa ottanta. ‘Bene- pensò- forse li ascolterà’. Una volta al cospetto del re si voltò e si accorse di essere solo. “Sua Maestà, – disse- sono qui per chiederle un elefante nuovo per il villaggio. Sa, quell’altro si sente molto solo”.

Mi sembra che la storia non abbia granché a che fare con quello che stavamo dicendo, ma la prendo come un omaggio e la annoto. Ecco sì, visto che è complicato, prendiamo tutte queste annotazioni come tali, footnote come direbbe qualcuno con ironia, disordinate, non organiche e soprattutto piene di nodi e punti interrogativi.

Anna

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