L’altro lato di Mamusha, il retroscena

Mamusha, 15 ottobre. Retroscena di un’inaugurazione. Nella fattispecie quella della cooperativa “Nektar” di cui avrete già letto e sentito parlare (in caso contrario http://www.ipsia-acli.it/ipsia/it/component/k2/item/1169-kosovo-degustazione-di-miele-e-visita-alla-cooperativa-nektar-nel-giorno-dellinaugurazione). Il giorno prima è il giorno dei preparativi, del riepilogo (o riepiloghimi), del “c’è tutto?”, del come disponiamo le cose, della spolverata (più o meno finale) ai locali della cooperativa e dell’affissione dei manifesti, della prova del video. Tu speravi di andare a Mamusha a fare tutto ciò?!? Ma l’imprevisto, intrinsecamente balcanico, è dietro l’angolo, anzi dietro la cooperativa, o meglio sotto. Davanti ai locali della cooperativa c’è un gran movimento di mezzi che portano piatti, teglie di baklava, tavoli, che vengono dirottati sul retro. Che siano per domani? Quanto fermento!Il direttore della cooperativa, Fatih, è davvero troppo elegante oggi per mettersi a fare grandi opere di pulizia e sistemazione. Sembra emozionato, fin quasi agitato. C’è qualcosa che non torna, ci diciamo, l’inaugurazione è domani. Così è. “Oggi non si lavora, oggi è festa” ci dice. Festa? In Kosovo il rispetto delle religioni e tradizioni altrui, induce tutti quanti a osservare molti giorni di festa. Cosa che apprezzo… ma oggi certamente non è Bajram, né mini-Bajram (chiedo venia per l’espressione, ma è l’unico modo per distinguerli), Natale cristiano, né ortodosso, Pasqua, né cristiana né ortodossa, non è la festa delle bandiere, né festa dell’Europa, non è primo maggio, non è nemmeno il centenario dell’Albania. Che magari sia qualche festa turca (a Mamusha sono tutti turchi)? Interrogo con lo sguardo l’immancabile compagna di lavoro e avventure, e mi restituisce un’occhiata perplessa.

Il mistero è presto svelato: “Oggi sono le donne che festeggiano e voi [io e Raffy], potete unirvi alla festa”. Che sia una sorta di otto marzo? A Mamusha? Ci sembra troppo, giacché l’otto marzo già c’è e non è la festa della donna, bensì della mamma (quasi a definire un ruolo). No, in realtà si festeggia la nascita di un figlio (nella fattispecie proprio il figlio di Fatih) ultimo di quattro e primo maschio. Una festa di famiglia, di villaggio, dunque, non una festa nazionale. Dopo qualche scambio di battute, capiamo che le nostre insistenze per sistemare/preparare/allestire per l’inaugurazione del giorno seguente, vengono accolte con un sorriso gentile e un po’ di dissenso. “Non preoccupatevi. Prepariamo noi, domani sarà tutto pronto, oggi non si lavora”. Non siamo molto convinte, in fondo, eravamo venute qui apposta. Ci arrendiamo e, dopo un attimo di indecisione, decidiamo che sì, forse, possiamo anche accettare l’invito a questa festa di donne in onore del neonato. Gli uomini presenti (due nostri colleghi e alcuni membri della cooperativa) ci affidano ad un ragazzino, dicendoci che loro non possono accedere alla festa. Il ragazzino sarà una specie di Cicerone nell’ora successiva, l’unico a parlare un po’ di albanese – non che noi lo parliamo, ma qualcosa in più del turco, lo sappiamo di sicuro-. Scendiamo in una specie di scantinato aperto e ci si apre un mondo: una tavolata, anzi più tavolate, per un totale di circa cinquanta donne di varie età, sopraggiunte per la festa. Ci sono nonne, zie, parenti, amiche, a noi sembra che ci siano tutte le donne di Mamusha. C’è fermento. Chiediamo del bambino e anche noi, come le altre, andiamo a fare gli auguri alla madre e a vedere il neonato, che ha una settimana. Lasciamo la stanza con il fiocco azzurro e torniamo nel seminterrato. L’incomunicabilità linguistica si traduce in gesti e gran sorrisi. In tutto questo, c’è una ragazza bellissima, che a noi sembra vestita da sposa, perfetta nella pettinatura e nel trucco. Rimane in piedi, quasi immobile; le altre donne la salutano porgendole le mani e lei ricambia baciandone i dorsi e appoggiandoli alla fronte, per tre volte. Ha le mani dipinte con l’hennè, sedici anni e tra un mese si sposa, ci dice il nostro accompagnatore, nonché suo fratello.

Ci indicano un lavabo, ci laviamo le mani e prendiamo anche noi posto a una delle tavolate. Chiedo al Cicerone se può farci una foto: surreale per surreale, bisogna documentare. Se abbia capito non lo so, comunque si impossessa della macchina e comincia a fare un reportage fotografico, lasciandoci al tavolo. Il banchetto ha inizio e, con una velocità impressionante, vengono portati vari piatti: dalla zuppa-fodera-stomaco-che-poi-arrivano-i-piatti-pesanti, alla carne, alle pite, allo yogurt, per finire in gloria: baklava. Il tutto si svolge in un tempo massimo di venti minuti, durante i quali ci sentiamo un po’ sorvegliate speciali e veniamo ripetutamente incitate a mangiare. Finita l’ultima portata, alcune signore si attivano a spreparare. Non c’è nessuno che coordina, ma sembra che tutte sappiano cosa fare, tranne noi. Ci sembra tutto un po’ frenetico. Pare che il banchetto sia finito, alcune donne se ne stanno già andando; salutiamo e ringraziamo (non sappiamo bene chi). Risaliamo al piano superiore, all’esterno, lasciando quello che a tutti gli effetti può sembrare un mondo parallelo, sotterraneo, dove le donne vivono di loro ritualità, festeggiano la nascita di una vita nuova e si scambiano confidenze. Quelle stesse donne che raramente intercettiamo in altri momenti, perché, soprattutto nei villaggi, vivono una quotidianità fatta di cura della casa e crescita dei figli. Siamo frastornate, ma abbiamo la sensazione di essere state ammesse a qualcosa di privato e personale, un momento in qualche modo intimo, dove le donne, anche se per alcune ore, sono le sole protagoniste. Questo per noi l’altro lato di Mamusha, il retroscena.

Anna

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One thought on “L’altro lato di Mamusha, il retroscena

  1. bello il racconto, mi ha fatto venire nostalgia della ritualità e dei gesti simbolici che oltre a esprimere profondo rispetto in qualche modo avvicinano a Dio..ciao ciao

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