Campo di Terre e Libertà a Dragash, 21 luglio-3 agosto

La casa dei volontari dell’ekip di Dragash -di cui ormai mi sento il nono elemento (insieme a Silvia, Valentina, Caterina, Elena, Luca, Silvano, Stefano e Andrea)- è un appartamento senza alcuna pretesa, tranne quella di avere tanti tappeti. Ce ne sono ovunque, bruttini a dire la verità, tutti diversi e davvero mal combinati, compreso un manto di pecora sul divano, che sarà presto rimosso – giacchè il divano sarà il mio giaciglio-.

Per il resto la casa è perfetta e diventa subito la base operativa del campo di Terre e Libertà a Dragash: nel corridoio il deposito materiale, in cucina qualche alimento di base, materassini qua e là, un bagno che si allaga perennemente, una serratura precaria che si rompe dopo due giorni, una foto sfocata del padrone di casa e una (fotomontaggio sicuro) di un bambino, forse il nipote. Poi c’è un mazzo di fiori finti, una tv dove vedere qualche risultato delle Olimpiadi 2012, un vaso di olive preistoriche, un paio di mini-guantoni con bandiera albanese. Non ci sono sedie (né un tavolo serio, in effetti), pranziamo seduti qua e là, attorno a tavolini bassi. Spesso mangiando burek.

Di sera c’è fresco, chiudiamo le finestre, pensando che siamo fortunati perché riusciamo a fare animazione senza crepare di caldo, noi e i nostri piccoli amici. Non ci sono persiane, né tapparelle, né tendoni scuri, così, ogni mattina, ore 7.30, siamo tutti in cucina, svegliati dal sole, dal rumore della città o dalle reciproche sveglie. Ma la cosa in assoluto più interessante della casa sono i due balconi.

Il balcone numero uno dà sul supermercato Meka, una costruzione avvenieristica con scritte rosse fiammante. Ora, dovete sapere che Dragash, piccola cittadina nel sud del Kosovo, non ha un vero e proprio centro – se non la piazza del comune- e a noi sembra che tutto ruoti attorno al Meka: pian terreno con negozio di alimentari, bar e fast food (con menu a 1 euro), primo piano con casalinghi e tutto-ciò-che-a-noi-manca-per-i-giochi, secondo piano salone dei banchetti (matrimoniali ovviamente, ma non ne vediamo uno nell’arco di queste settimane). Dal nostro balcone si vedono tutti i movimenti di persone e di mezzi: passano macchine con targhe straniere (di kosovari rientrati per le ferie), qualche lenta lopa (mucca), molte yugo (più che altrove). Siamo in pieno centro, gli abitanti di Dragash sanno che siamo qui, alcuni guardano in su verso il balcone dove siamo affacciati; sono curiosi, magari ci hanno visto sporchi di tempera lungo il tragitto casa-scuola: del resto non capita tutti i giorni di vedere un gruppo di italiani soggiornare a Dragash. Insomma il balcone numero uno dà sulla vitalità, seppure si tratti di una vitalità intermittente (dalle 9 alle 13, dalle 16 alle 19, poi il silenzio).

Il balcone numero due dà sul retro. Di tutti gli angoli della casa questo è il mio preferito. Da qui si vede una sorta di vecchio mercato, ci sono dei banchi vuoti, un po’ decadenti, che vengono riempiti solo il venerdi, giorno appunto di mercato. In realtà i banchi più importanti stanno altrove (sul lato del Meka, dove sennè?!), qui si vendono solo alcune cose di merceria, stoffe e simili. Il resto della settimana è un gran deserto. Attorno al ‘mercato’ ci sono poi delle vecchie botteghe, molte delle quali sono chiuse. Sullo sfondo, oltre alle montagne, alcune palazzine in costruzione. La cosa più interessante in assoluto è però il forno di fronte a noi, furra kosovara. Qui il forno funziona tutto il giorno e tutta la notte, sfornando pane per mezzo Kosovo, almeno così mi sembra. Il pane bisogna prenotarlo, non palesarsi come abbiamo fatto noi sperando di comprarlo sul momento. Il furra possiede pure due furgoncini per le consegne. La nostra casa viene invasa a momenti alterni dall’odore forte del fumo, che pizzica la gola e che anticipa la successiva sfornata di pane, che mette ogni volta l’acquolina in bocca.

Adesso posso anche dirvi che il campo è andato benissimo, che abbiamo avuto picchi di 100 bambini(!), che la comunità ha risposto bene alla presenza dei volontari, che alla giornata d’apertura c’erano rappresentanti della municipalità, dell’OSCE, oltre che lo staff IPSIA in rigorosa maglia-gialla-Terre e Libertà. Posso anche dirvi che i bambini e le bambine hanno imparato a giocare assieme, che ogni volta che compariva un palloncino ad acqua era un tripudio, che il ban del tortellino è diventato una sorta di tormentone, che ci hanno chiamato Alexander, Silviana, Silviano, Katy, Stefàno, Helèna, Hana, Luka, Vale (l’unico quest’ultimo quasi sempre azzeccato).

Ma queste cose le potete evincere dalle foto (http://www.facebook.com/terre.liberta/photos), dai commenti entusiasti dei volontari miei compagni d’avventura, dalle facce impastate di sorrisi e di colore dei bambini, dai racconti più o meno ufficiali. Io vi ho voluto dire dell’odore del pane. Perchè la casa deve essere casa anche se per due sole settimane. Perché ogni luogo è importante, anche quello dove ci si riposa dopo l’animazione, dove ci si racconta come sono andati (o non andati) i giochi, dove si fanno prototipi per i laboratori del giorno dopo, dove si parla dei Balcani, degli incontri, dove si fanno moke di caffè ad ogni ora, dove si accendono candele quando salta la corrente, dove si canticchia e cucina assieme. E se questo luogo è più home che house, allora, anche il campo ha un profumo diverso. Per me è quello del pane made in Dragash.

Anna

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