L’acqua è vita

“Acqua che non si aspetta altro che benedetta, acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale, sale. Acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte…”

Da quando sono arrivata in Albania Dolcenera è stata la colonna sonora privilegiata di molti dei nostri tragitti in macchina, ripetuta più e più volte mentre tutti insieme ci interrogavamo sul significato del testo magari guardando fuori dal finestrino la pioggia cadere. Pioggia, acqua che in un momento può divenire furiosa e trasformarsi in una “tonnara di passanti” ma che da sempre è prima di tutto un’esigenza primaria universale.

“L’acqua è vita” con queste parole ci ha accolto Don Dritan quando ci siamo recati a Sheldi per ragionare insieme sull’eventualità di proporre un progetto per l’approvvigionamento idrico di questo villaggio perso fra le colline a Sud di Scutari. L’acqua che inaspettatamente ritorna in questo “percorso albanese” come un obiettivo da raggiungere, come un dono da voler regalare a qualcuno che da sempre combatte e si ingegna per ottenere quello che per molti è spesso scontato.

Nel mondo il 40% della popolazione deve prendere l’acqua fuori casa e sono più di un miliardo e mezzo le persone che vivono in condizioni di scarsità d’acqua a causa della mancanza di infrastrutture adeguate. Nonostante i proclami, le campagne, e i decantati impegni internazionali, ancora oggi l’acqua, bene comune e diritto umano imprescindibile, è spesso inaccessibile ai più.

Questo è il caso delle famiglie di Sheldi che per ovviare al problema raccolgono l’acqua piovana attraverso pozzi e cisterne, utilizzandola poi sia per fini domestici che agricoli. Tutto questo mentre di fronte a loro si apre un panorama mozzafiato dove il verde della vegetazione si confonde con il blu profondo del lago di Vaut i Dejës, lago artificiale che ha un’estensione di oltre 24 km². Continua a leggere

Il posto più vicino fuori dal mondo

7 aprile. Ore 06.20

Il furgon per Koman ci aspetta. Il viaggio dura circa 2 ore, durante il tragitto siamo immersi in una fitta nebbia, che ricopre i torrenti e le montagne che il nostro avventuroso mezzo di trasporto attraversa facendomi sentire come in mezzo al nulla. Mi sento come quel viaggiatore che a bordo della sua Norton 500 attraversa le Ande, certo del fatto che quello che sto vivendo andrà inevitabilmente a far parte di un ricordo che porterò dietro per sempre.

Arrivati a Koman saliamo sul barca-bus, un autobus di linea saldato sopra lo scafo di una grossa barca. L’autista-comandante guida-naviga utilizzando il volante del vecchio autobus, che ormai non è più né autobus né barca. Sul nostro barca-bus in tre ore attraversiamo il lago di Koman, che più che un lago sembra un fiordo norvegese. Le fermate sono “a richiesta”, e l’autista-comandante fa scendere le persone sulle sponde del lago-fiordo là dove iniziano i sentieri di montagna che portano fino alle case. Immancabili i sacchi di farina da 25 kg, che dopo i recenti mesi di isolamento a causa della neve sembrano essere la merce più scambiata della zona. Io stesso la mattina seguente avrò l’onore e l’onere di portare uno di quei sacchi lungo gli stretti sentieri fangosi che si inerpicano tra le montagne.

Dopo aver dormito in un blok dell’era comunista riusciamo finalmente, dopo 2 giorni di viaggio ad arrivare in Valbona.

Prendete una valle, circondatela di montagne altissime, riempitela di corsi d’acqua e cascate, ricopritela di neve per gran parte dell’anno, aggiungete qua e là qualche casa in legno ed avrete la Valbona.

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Buon viaggio ad un amico iracheno

Questo mese è arrivato il momento di dire arrivederci a uno dei ragazzi iracheni che lavora come interprete alla Caritas. Per me lui è la prima persona che ottiene lo status di rifugiato e viene riferito agli USA e in questi mesi una persona che al di fuori dell’orario di lavoro ho avuto l’opportunità e il piacere di conoscere.

Abbiamo organizzato una festa di addio in suo onore e se da una parte il fatto che lui stia finalmente per coronare un sogno ci rende felici allo stesso tempo è evidente che non sarà facile per lui lasciare la sua vita qui e ricominciare tutto da un’altra parte. Questa festa mi ha messo davanti agli occhi le due facce della medaglia e mi ha fornito un’esperienza tangibile di quello che negli ultimi mesi ho cercato di capire teoricamente o che quanto meno ero riuscita a capire fino a un certo punto con le homevisits (consapevole del fatto che la sua situazione non è problematica come quella di altre persone qui a Istanbul) Qui si aspetta anni in attesa di una risposta e nel frattempo in un modo o nell’altro vivi o sopravvivi. . . adesso però è il suo turno. . . è in partenza e posso solo augurargli il meglio e ringraziarlo tra le altre cose per aver fatto parte di una pasqua “alternativa” passata a festeggiare la ricorrenza con balli iracheni. Buon viaggio!

Giovanna