Storie di “straordinaria” follia

Diventa strano scrivere o descrivere un episodio quando le tue giornate, nelle loro complessità e imprevedibilità sempre più sorprendente e spiazzante, diventano parte del tuo quotidiano, della tua nuova realtà di vita, di dinamiche che abbandonano la sfera dell’eccezionalità e rientrano in quella ordinaria. Cercando di dare una forma a questo, penso che tutto ciò possa essere identificabile come quella sensazione che si prova dopo aver intrapreso un viaggio per mezzo bus, aereo o treno, che ti fa rilassare i muscoli, la mente e ti placa l’adrenalina proprio nel momento in cui ti ritrovi al solito bar del paese per il solito caffé all’aperto con la solita compagnia.
Nella fattispecie del caso questa relazione mi è stata restituita così: aereo – Kosovo (Prizren) – caffè turco (ovviamente da Caffé House, nella versione Inglese).

Incredibile, ma mai così verosimile.

Non so se abbia un senso, ma nell’ “ordinarietà” del panettiere di fiducia, della persona incontrata per caso per strada che scuote la mano sorridendo, in un’altra di cui ti sei costruita la stima e il rispetto nonostante visioni di vita diverse, nelle presentazioni ufficiali a famiglie ed amici ed in quel cameriere che ti aspetta per il “solito” (= kafè turke pa sheqer), io vedo e ritrovo tutta la straordinarietà propria di un episodio eccezionale. Scopro, prima tra tutto, la consapevolezza di essere qui. Di essere e partecipare. Nel lavoro così come nella vita personale. Perché la prova di una mano che ti saluta da lontano supera ogni foglio firma accuratamente compilato ed attestante la tua permanenza nel luogo di destinazione prestabilito (pardon Luca).

In quello che per me è stato il mese delle scadenze e degli impegni, della pianificazione da rincorrere e fermare, la pace di un piazza deserta con il vento come culla (che alza sacchetti di plastica, carte o rifiuti rassegnati alla forza di gravità non così eco-friendly) ha dato uno sfondo diverso ad ogni novità sul lavoro e sul Kosovo. Una fontana da protagonista, bar chiusi con tavolini e sedie accuratamente sistemante all’aperto (che accolgono gli addetti alla pulizia stradale per un caffé furtivo) fanno da sfondo, prima del riposo, alle solite conversazioni rigorosamente in tre lingue diverse (anche nella stessa frase). E tra la banalità di un parlare delle previsioni meteo, condita con dell’ironia sui modi di fare, i discorsi riescono a soffermarsi anche su argomenti che veicolano messaggi, culture e forse cambiamenti.

Maggio è stato un mese denso, con nuovi incontri, nuovi posti, nuove strade e (ahimé per il trapano mattutino) nuovi palazzi. Eppure, a piroettare tra le righe di un feedback mensile sul mio vivere qui, sono immagini e conversazioni che, messe una accanto all’altra nel loro essere ordinarie, mi restituiscono un senso di comunità e di appartenenza che hanno dello straordinario.

Non so quanto sia possibile cogliere l’essenza di questo quadro pittoresco (per lo meno pittoresco per me) pretendendo di racchiudere una realtà complessa (e strutturata su dinamiche molto particolari) in parole blandamente accostate, ma nell’insieme di quel che vorrei condividere credo che sia una parte fondamentale di ogni percorso e viaggio… Fermarsi. Correre tra i giorni passati. E trovare la propria “Casa-Caffè”.

Raffaella

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