Una giornata a Mitrovica

Forse non sarò mai capace di catalogare un singolo episodio per un intero mese: è uno sforzo di esclusione troppo elevato per le giornate qui in Kosovo, dove basta un po’ di curiosità e gli eventi si appropriano di te. Piuttosto credo che ci siano dei momenti o degli scorci di eventi che improvvisamente, alla stregua di epifanie (ma meno filosofeggianti), ti arrestano, ti sottraggono dal ritmo quotidiano e, spassionatamente ed inconsapevolmente, ti restituiscono una prospettiva diversa ed una lettura insolita di quello che è stato vissuto fino a quel momento. Sono momenti semplici, senza troppi elementi, quasi scarni nella forma, ma pieni di significato. È in questi accadimenti però che inciampo quando i miei pensieri lambiscono il mese che è stato, scandendo e al contempo passando in rassegna le varie giornate.

È stato in tal modo, un po’ per caso, un po’ per goffaggine, che, da sola, in una strada che non era quella che sarebbe dovuta essere, mi imbatto in una figura alta ed alquanto robusta, direi maschile, con in pugno un’arma da pulizia: un’idropulitrice. Mai avrei pensato come potesse essere denso di significato un attrezzo che, grazie ad un getto d’acqua ad elevata pressione, rimuove sporco ed incrostazioni da qualsiasi superficie solida (wikipedia docet).
Forse l’associazione di idee non risulterà poi così azzardata se aggiungo che mi trovavo nella città divisa di Mitrovica, nella parte Sud di quel Nord.
Non voglio perdermi in ricostruzioni storiche, commenti, schieramenti o affini. Ma visto che di un racconto si deve trattare allora prendo in considerazione quella parte riflessiva dell’evento, quella parte che mi ha portato a notare frasi/parole/richieste/rancori in bomboletta spray impressi sul ponte/muro della città (sarà la stessa bomboletta che si ritrova sui cartelli stradali di tutto il Kosovo?) e che mi ha portato a fotografare con la mente questo omone dedito alla pulizia di una parete non poco lontana.
Con lui non mi sono relazionata, complice un po’ l’incapacità linguistica, un po’ l’insensatezza di una mia qualsiasi affermazione: mi sono allontanata lentamente, lasciandomi dietro tutte le domande che avrei voluto fargli, prima tra tutte le scritte appena rimosse. Con in testa un mondo che girava a velocità elevata, ritorno alla base, che nella fattispecie del caso era rappresentata dalla sede del CBM (Community Building Mitrovica), ONG locale composta da persone nate e cresciute in quel luogo, che lavorano nel campo della pace e del community building, con l’obiettivo di facilitare il contatto ed il dialogo tra i cittadini dell’intera municipalità di Mitrovica al fine di “restore the previous confidence and even friendship that war and politics have destroyed” ( http://www.cbmitrovica.org/ )

Ritorno in questo laboratorio di idee popolato da ragazzi e ragazze che hanno più o meno la mia stessa età, con un forte impegno civico, una consapevolezza critica del passato e un elevato senso di responsabilità per il proprio futuro. Mi trovavo lì per prendere parte ad una delle giornate di training che il gruppo CBM stava seguendo insieme alla rete Corpi Civili di Pace sulla risoluzione pacifica del conflitto. Un percorso interessante denso di significati e significanti, ma forse molto più di un semplice corso di formazione, sia per le modalità, per gli argomenti affrontati che per gli strumenti utilizzati.

La gestione del conflitto passa da diversi livelli ed il conflitto non è solo e necessariamente quello armato. Il conflitto quotidiano è un’espressione di tensione che può essere affrontata in diversi modi perché attraversa stadi distinti, primo tra tutti quello comunicativo. Infatti, attraverso la comunicazione ed il linguaggio con cui essa si esplica, si giocano gran parte delle modalità nonviolente di risoluzione di un qualsiasi tipo di conflitto. Di fatto, una modalità comunicativa differente veicola messaggi altrettanto differenti che a loro volta rappresentano una predisposizione particolare e precisa rispetto all’altro: raccontano atteggiamenti ed intenzioni, stati d’animo e predisposizioni. Sono il preludio per le azioni, la riflessione prima dello schieramento.

Un po’ partecipe, un po’ osservatrice analizzavo quel che mi succedeva. Riflettevo sui temi trattati e sugli strumenti per la risoluzione nonviolenta dei nodi critici, sul ruolo del linguaggio, sull’importanza della scelta di farsi rappresentare da certe parole. Perché poi non basta un’idropulitrice per cancellare delle frasi, delle posizioni, degli atteggiamenti, un passato. Per quanto la pressione possa essere elevata e l’acqua il miglior mezzo meccanico di rimozione della “macchia-parola”, in questi casi non è sufficiente. È necessario un modo diverso di esprimere idee, suoni e parole distinti a cui possono essere associati significati nuovi, anteprime di altri tipi di comportamenti. Differenti.

E mentre tutto questo prendeva forma, io e i miei compagni di avventura eravamo lì, a partecipare attivamente ad un nuovo processo di consapevolezza, con idee in testa e proposte da fare. Eravamo lì insieme ad altri ragazzi, condividendo esperienze ed un buon caffè. Per non cancellare, ma continuare a scrivere, con la punteggiatura adatta, le pause necessarie e ponderando quelle parole che poi parleranno di noi, di quel che faremo e di come lo faremo.

Raffaella Avantaggiato – servizio civile in Kosovo

( http://www.cbmitrovica.org/ )

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