Tra passato e futuro…

26 Marzo 1999, Krushë e Madhe (Kosovo) – i raid della NATO in Serbia sono iniziati da due giorni; le bombe cadono per intimare a Belgrado di porre fine al conflitto con il Kosovo. Nel villaggio di Krushë e Madhe (a sud del Kosovo) si sta facendo sera, quando la polizia e le forze paramilitari serbe ordinano a tutti gli uomini tra i 15 e i 60 anni di uscire dalle proprie case e di formare due file. Nel giro di 36 ore nel villaggio e nei paesini limitrofi restano solo donne, bambini e anziani. I responsabili del massacro rimangono impuniti. I corpi dei 206 morti non sono ancora stati tutti ritrovati.

26 Marzo 2012, Krushë e Madhe (Kosovo) – Francesca, Alice ed io siamo nel villaggio per presentare un progetto. Non sono mai stata a Krushë e Madhe, ma ne ho tanto sentito parlare…per la strage, appunto. Ci accoglie Farija che, insieme ad altre 25 donne, ha fondato l’associazione “Vedove di Krushë e Madhe”. Ci parla del loro lavoro nei campi e nel laboratorio per preparare l’Ajran e le altre conserve. Immediatamente dopo ci racconta che ha qualche problema in famiglia, i due figli cominciano a chiedere notizie del padre; hanno 12 e 15 anni. Lei risponde come può, il corpo del marito non è ancora stato trovato…Non c’è odio nelle sue parole; ci dice che “non sono stati tutti, sono stati alcuni”. E aggiunge che è dura rimettersi in piedi, ma la vita va avanti. Subito dopo la guerra ha ricominciato a lavorare nei campi; lo deve ai suoi figli, dice, non ci si può fermare a piangersi addosso, bisogna rimboccarsi le maniche. É una donna forte, lo si nota subito…ma si percepisce anche che andare avanti da sola è dura e che l’ombra della guerra non se n’è ancora andata del tutto. Ma del resto, come si può fare i conti col passato se non si ha nemmeno una tomba su cui andare a piangere?

Stando qui, a volte, ho l’impressione che la guerra sia un ricordo lontano, una cosa passata…ma incontri come questo mi riportano alla realtà. É vero, il conflitto è terminato anni fa, ma il suo ricordo è ancora vivo nelle persone, attraverso il dolore che ne è scaturito. Quello che mi colpisce sempre, però, è che al dolore si accompagnano anche la volontà e la determinazione di ricominciare, di non darla vinta alla violenza e all’odio e di ricostruire il proprio Paese.

Sofia Nespoli – servizio civile in Kosovo

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