Sheldi, istruzioni per l’uso

Premesso che andare alla mensa del Vivaldi con i bambini resta sempre la mia attività preferita qui a Shkodër, mi rendo conto che scrivere sempre e solo dei bambini a lungo andare potrebbe diventare un po’ noioso. Detto questo vorrei parlare di un luogo che ho visitato e che credo tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita. La visita è stata fatta in vista del campo estivo di volontariato “Terre e Libertà”, una missione di fattibilità insomma.

Sheldi è un villaggio di poche anime inerpicato tra le montagne, circondato da un bellissimo lago azzurro e costruito in una zona quasi completamente rocciosa. Il panorama che si gode dalle sue alture è di quelli che tolgono il fiato, di quelli in cui vorresti per sempre star seduto su una roccia a scrutare l’orizzonte e le montagne innevate, scordandoti del tempo, delle futili cose che hai lasciato in sospeso e lasciandoti scorrere addosso tutte le stagioni senza per questo mai annoiarti. L’unico desiderio sarebbe solo stare ancora a guardare quello spettacolo della natura senza dire niente, nessuna parola potrebbe aggiungere qualcosa a quello che i tuoi occhi stanno guardando. Continua a leggere

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Shkodër? Shkodër?

“Shkodër? Shkodër?” – inizia con questo appello cantilenante, ripetuto senza sosta dall’autista intento a racimolare passeggeri sul ciglio della strada, il mio primo viaggio in furgon Tirana-Scutari.

Lungo il tragitto lo sguardo cattura nuovamente quei particolari che avevano attirato la mia attenzione al mio arrivo, ormai più di un mese fa, quando attraversando in macchina questa stessa strada mi interrogavo su ciò che l’avventura che stavo per iniziare mi avrebbe regalato.

Un mese, un mese è già passato e sembra un tempo lunghissimo. Lunghissimo non come quando i giorni si dilatano perché privi di significato e sempre uguali a stessi, ma come quando senti che ciò che ti circonda ti è già un po’ familiare. Non lo conosci ancora così a fondo da poter dire che ti appartenga, ma in qualche modo lo senti già sotto la pelle con tutto quel bagaglio di sensazioni e di emozioni che un’esperienza come questa sa regalarti!

Un viaggio in fondo non è altro che questo, un percorso che inizia dall’esterno per poi proseguire all’interno di sé… Un cammino fatto di curiosità e domande, spesso apparentemente senza risposta, che può condurti a conoscere e a riscoprire quello che sei, con la tua volontà, i tuoi desideri e i tuoi limiti. Ogni giorno diventa una scelta che si riconferma sostenuta da nuove o più profonde convinzioni.

È forse proprio questa la parte più difficile da affrontare in un viaggio, quella stessa parte che molto spesso ci spaventa e ci impedisce di partire… D’altronde mettersi davvero in gioco non è mai facile!

(Federica)

Una giornata a Mitrovica

Forse non sarò mai capace di catalogare un singolo episodio per un intero mese: è uno sforzo di esclusione troppo elevato per le giornate qui in Kosovo, dove basta un po’ di curiosità e gli eventi si appropriano di te. Piuttosto credo che ci siano dei momenti o degli scorci di eventi che improvvisamente, alla stregua di epifanie (ma meno filosofeggianti), ti arrestano, ti sottraggono dal ritmo quotidiano e, spassionatamente ed inconsapevolmente, ti restituiscono una prospettiva diversa ed una lettura insolita di quello che è stato vissuto fino a quel momento. Sono momenti semplici, senza troppi elementi, quasi scarni nella forma, ma pieni di significato. È in questi accadimenti però che inciampo quando i miei pensieri lambiscono il mese che è stato, scandendo e al contempo passando in rassegna le varie giornate.

È stato in tal modo, un po’ per caso, un po’ per goffaggine, che, da sola, in una strada che non era quella che sarebbe dovuta essere, mi imbatto in una figura alta ed alquanto robusta, direi maschile, con in pugno un’arma da pulizia: un’idropulitrice. Mai avrei pensato come potesse essere denso di significato un attrezzo che, grazie ad un getto d’acqua ad elevata pressione, rimuove sporco ed incrostazioni da qualsiasi superficie solida (wikipedia docet).
Forse l’associazione di idee non risulterà poi così azzardata se aggiungo che mi trovavo nella città divisa di Mitrovica, nella parte Sud di quel Nord. Continua a leggere

Prizren è più a destra

Prizren è più a destra. Guardando la cartina dei Balcani ho l’impressione che ci debba essere stato qualche errore di calcolo da parte dei geografi. Prizren dovrebbe stare più a destra, più a Oriente. Perché di Oriente c’è molto, anche per questo Prizren si distingue dalle altre città del Kosovo; anche per questo è chiamata “l’Istanbul” dei Balcani. Tra il XV e il XVII secolo Prizren è stata sotto il controllo dell’impero ottomano e l’influenza culturale di questa presenza si sente e vede ancora oggi. La città è a maggioranza musulmana, ha più di trenta moschee e per avere un’idea del suo essere a Oriente, bisogna salire al castello, dove si gode di una vista globale, e sentire i muezzin di tutta la città che chiamano alla preghiera. Ci sono edifici ottomani tra cui un bellissimo hamman (bagno turco), il Gazi Pasha Hammame, poi negozi con scritte in turco oltre che in albanese, cibi turchi (ayran, burek, pide,…). E, non a caso, i militari Kfor di stanza a Prizren sono turchi e tedeschi. Il turco è una delle tre lingue parlare, insieme all’albanese e al serbo. E in questo Prizren è unica, punto di incontro e, a volte di scontro, di due mondi diversi. La sua storia, anche quella recente, ha continuamente dimostrato che proprio il suo essere la porta balcanica tra Oriente e Occidente spesso le ha permesso di rimanere fuori dalle logiche del conflitto che hanno segnato il Kosovo di ieri e di oggi.

Tutta questa premessa era per arrivare a dire che, all’interno della Prizren mussulmana e della Prizren turca, ci sono alcuni gruppi religiosi particolari: i dervisci. Essi rappresentano uno dei fenomeni più rilevanti nella storia della spiritualità islamica e in particolare della dottrina mistica del sufismo.
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Tra passato e futuro…

26 Marzo 1999, Krushë e Madhe (Kosovo) – i raid della NATO in Serbia sono iniziati da due giorni; le bombe cadono per intimare a Belgrado di porre fine al conflitto con il Kosovo. Nel villaggio di Krushë e Madhe (a sud del Kosovo) si sta facendo sera, quando la polizia e le forze paramilitari serbe ordinano a tutti gli uomini tra i 15 e i 60 anni di uscire dalle proprie case e di formare due file. Nel giro di 36 ore nel villaggio e nei paesini limitrofi restano solo donne, bambini e anziani. I responsabili del massacro rimangono impuniti. I corpi dei 206 morti non sono ancora stati tutti ritrovati.

26 Marzo 2012, Krushë e Madhe (Kosovo) – Francesca, Alice ed io siamo nel villaggio per presentare un progetto. Non sono mai stata a Krushë e Madhe, ma ne ho tanto sentito parlare…per la strage, appunto. Ci accoglie Farija che, insieme ad altre 25 donne, ha fondato l’associazione “Vedove di Krushë e Madhe”. Ci parla del loro lavoro nei campi e nel laboratorio per preparare l’Ajran e le altre conserve. Immediatamente dopo ci racconta che ha qualche problema in famiglia, i due figli cominciano a chiedere notizie del padre; hanno 12 e 15 anni. Lei risponde come può, il corpo del marito non è ancora stato trovato…Non c’è odio nelle sue parole; ci dice che “non sono stati tutti, sono stati alcuni”. E aggiunge che è dura rimettersi in piedi, ma la vita va avanti. Subito dopo la guerra ha ricominciato a lavorare nei campi; lo deve ai suoi figli, dice, non ci si può fermare a piangersi addosso, bisogna rimboccarsi le maniche. É una donna forte, lo si nota subito…ma si percepisce anche che andare avanti da sola è dura e che l’ombra della guerra non se n’è ancora andata del tutto. Ma del resto, come si può fare i conti col passato se non si ha nemmeno una tomba su cui andare a piangere?

Stando qui, a volte, ho l’impressione che la guerra sia un ricordo lontano, una cosa passata…ma incontri come questo mi riportano alla realtà. É vero, il conflitto è terminato anni fa, ma il suo ricordo è ancora vivo nelle persone, attraverso il dolore che ne è scaturito. Quello che mi colpisce sempre, però, è che al dolore si accompagnano anche la volontà e la determinazione di ricominciare, di non darla vinta alla violenza e all’odio e di ricostruire il proprio Paese.

Sofia Nespoli – servizio civile in Kosovo