Una domenica a Pristina

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Prishtinë, ore 9.
Con non poca fatica io e Sofia ci alziamo dal letto. Ieri abbiamo fatto serata e, si, saremmo state volentieri a letto fino a mezzogiorno. Maledico la sveglia e vado in bagno a rinvigorirmi, un bagno un poco essenziale, ma per 10 euro a testa a notte in doppia, questa Guest House, offre il necessario. La ragazza alla reception si sta cucinando un improbabile brodo, le chiediamo i passaporti e se ci può chiamare un taxi. Nel frattempo ci offre qualcosa (il brodo?), no grazie, ora proprio no. Le chiediamo se la chiesa è lontana e se il taxi ci arriva. Mossa da preoccupazione ci scrive in albanese ‘chiesa cattolica’ su un biglietto temendo che la parola catholic church fosse troppo ostica per il tassista. Arriviamo a questa chiesa grande con una gigantografia di Madre Teresa sulla facciata, paghiamo il tassista e dopo poco ci accorgiamo che la chiesa è in costruzione. Niente. Prendiamo un caffè? Sarà meglio. Ci soccorre un barista che sostiene di avere un amico cattolico, lo chiama, gli chiede indicazioni precise sulla chiesa, poi ci chiama un taxi, e dà all’autista le informazioni ricevute. Ebbene si, eccoci qui. C’è una chiesa. C’è una croce sul tetto, ma c’è una guardiola dall’altro lato della strada. La guardiola è vuota, ci avviciniamo alla chiesa c’è un giardino e ci sono giochi targati USAID. Ok, è una chiesa ortodossa. Porta di ingresso chiusa, entriamo dal lato, tutto vuoto, si sentono voci, in sacrestia (non so ce si chiami sacrestia..) c’è qualcuno. Sofia mi delega, tocca a me. Apro la porta e mi ritrovo un celebrante e dei fedeli (già ho fatto la mia figura). Non posso uscire senza dire niente. Cerco con lo sguardo una persona giovane con cui interloquire in inglese. Trovo una ragazza. La funzione è già finita, mi dice. (amen, penso, non è giornata). Usciamo e ce ne andiamo.


Nel cortile ci raggiunge una persona, wait. È vestito di nero, sarà un padre, un pope, un monaco (?). Si informa su di noi, si interessa a ciò che cerchiamo. Ci dà il numero di una sua conoscente che sicuramente saprà dov’è la chiesa cattolica. Bene, ringraziamo. -Nel frattempo, prendete un caffè?- Titubiamo giusto mezzo secondo, giusto il tempo che gli serve per organizzarci una colazione in grande stile. Abita in fianco alla chiesa, con moglie e figli, una bambina di tre anni e un bambino di uno. Sono serbi. Ci accolgono in casa. Insieme a noi ci sono due russi, marito e moglie, amici loro, parlano inglese aiuteranno la nostra comunicazione col presbitero (che si chiama Stevo) e sua moglie Sonia. La casa è grande, calda, ci sediamo al tavolo e ci racconta della sua chiesa e dei suoi 15 fedeli (15? Sembrano pochi, ma non indaghiamo oltre), di quando la chiesa è stata bruciata durante la guerra e ricostruita nel 2004. Ma sono interessati a noi, a ciò che facciamo in Kosovo, a cosa studiamo. Attorno al tavolo, insieme a noi, c’è una signora anziana (madre?suocera?una fedele?) che, appena intuito che Sofia capisce qualcosa di serbo… chi la ferma più? Inizia a parlare in serbo. Annuiamo, gentilmente. C’è aria di familiarità, anche il pane tiepido sa di accoglienza. Accoglienza in stile balcanico e forse qualcosa di più; c’è una gioia sottesa che ci dice qualcosa sulla carenza di relazioni, sulla difficoltà di essere minoranza, isolati in una città capitale.
Nominiamo Velica Hoca, un paesino del Kosovo, un’enclave serba, dove la scorsa estate c’è stato un campo di Terre e Libertà. Si illuminano, Sonia è di Velika, e si ricorda pure dei volontari che facevano usare le tempere ai bambini. I suoi genitori abitano lì, suo padre fa il calzolaio. Prendiamo questo caffè, turco ovviamente, lento ovviamente. Tanto che fretta abbiamo? La Messa se n’è andata (era alle 11, ma la nostra salvatrice non ci è stata d’aiuto sulla location), oggi è domenica e abbiamo tempo prima di tornare a Prizren.
Sonia non si siede, si affaccenda e tiene a bada i bambini. Suo marito le avvolge le palacinka ripiene di yogurt e gliele porge, perché ne mangi. Ci racconta di loro, di come si sono conosciuti quando lui era stato mandato a Velika a svolgere il suo incarico religioso. Parliamo di cose sparse, tranne che di politica e dell’attualità, non si nominano serbi né albanesi, del resto se invitassi qualcuno a colazione la domenica sarebbero le ultime cose di cui vorrei parlare.
Il ruolo dei due coniugi russi non ci è chiaro, lui lavora per l’ambasciata russa a Pristina, pare, e parla un po’ tutte le lingue. Lui e sua moglie aspettano un bambino, che nascerà a maggio. Il tempo passa e noi cominciamo a sentirci di troppo. Ringraziamo padre Stevo e siamo un po’ mortificate perché non abbiamo nulla, ma proprio nulla, da offrire.
Nessun problema, ci dice, pensiamo ad Abram nell’antico testamento. Si, a pensarci bene, non poteva esserci citazione migliore: la tenda dell’accoglienza; c’è Sonia che, come Sara, sforna il pane; ci sono gli ospiti e noi, che siamo straniere; c’è vita, un bambino in arrivo; c’è padre Stevo che conversa con i suoi ospiti seduti attorno a un tavolo. Si devo dire che la citazione teologica è proprio azzeccata. Ma..si è fatto tardi e vorremmo togliere il disturbo.
Facciamo una foto? Imposto l’autoscatto e facciamo una foto tutti sul divano. La qualità non è ottima, il russo è in controluce e non si vede bene. Ma non insistiamo per non abusare della loro gentilezza. Salutiamo, ci scambiamo i numeri e promettiamo di tornare, magari per una festa, magari portando qualcosa per ricambiare. Rimettiamo le scarpe, già perché le avevamo lasciate all’ingresso. Padre Stevo ci accompagna e richiudiamo il cancello del cortile (Sofia quasi stacca la maniglia!).
Piove. Ridiamo di questo incontro, prediamo la discesa e ci avviamo verso il centro di Pristina.

Anna Tosetti – servizio civile in Kosovo

L’evento che più mi ha colpita, in questo mese, riguarda sicuramente un incontro. Eravamo a Prishtinë/Priština per il fine settimana e, per strani casi del destino, Anna ed io ci siamo trovate nei pressi di una chiesa ortodossa. Non appena la liturgia è terminata, il diacono Stevo è uscito e ci ha intercettate, chiedendoci informazioni sulla nostra provenienza e sulle motivazioni per cui ci trovavamo in Kosovo.
Una volta terminate le veloci spiegazioni, siamo state invitate a casa sua per un caffè; la moglie si è immediatamente mobilitata per accoglierci al meglio, preparando cibo in quantità e caffè turco, che per me rimane il simbolo dell’accoglienza e dell’attenzione all’ospite tipiche dei Balcani.
Entrate in casa abbiamo conosciuto Sonja, la moglie di Stevo, i loro due figli e altri ospiti (una signora anziana e una coppia di russi amici di famiglia). Approfondendo le spiegazioni in merito alla nostra presenza in Kosovo, è emersa la mia esperienza di volontariato estivo a Velika Hoča e abbiamo appreso che Sonja è originaria proprio di quel villaggio, dove ha conosciuto Stevo durante un suo periodo di servizio religioso.
Sono rimasta molto colpita nell’apprendere da Sonja che gli abitanti di Velika Hoča erano stati entusiasti dell’esperienza con Terre e Libertà e che ci ricordano con gioia come “quelli che facevano usare le tempere con le dita” e che “organizzavano i laboratori”. É stato bello rendersi conto di come il nostro campo estivo sia stato poi argomento di discussione anche a parecchi kilometri di distanza e di come se ne sia parlato in maniera positiva.
La signora anziana, invece, non appena si è resa conto che capivo qualche parola di serbo, ha cominciato a rivolgersi a me raccontandomi di sé e non è servito spiegargli che sì, qualcosa capisco, ma “polako polako”.
Alla fine ci siamo scusate perché non avevamo niente con cui ricambiare l’ospitalità e Sveto ha citato l’Antico Testamento, ricordandoci che Abramo e la moglie Sara avevano accolto due stranieri…
Prima di andare mi sono messa a giocare un po’ coi bambini e li ho conquistati con il mio vocabolario tiellino serbo…=)! Volevano farci restare, queste straniere che giocavano evidentemente erano divertenti!
Come ultima cosa abbiamo fatto la foto di gruppo, per ricordarci di questo incontro strano e forse non del tutto casuale, le coincidenze sono state troppe per pensare che fosse solo un caso…
Ripensandoci, la sensazione che emerge ha un retrogusto amaro…è stato bello passare del tempo con loro e sentirci accolte ed immerse nel loro “mondo parallelo”. Ma d’altra parte non posso fare a meno di pensare che parte della loro disponibilità ed apertura nei nostri confronti sia dovuta anche al fatto che, nella loro quotidianità, sperimentano una situazione di isolamento e di relativa emarginazione nei confronti dell’esterno. E alla fine ci siamo ripromesse di tornare a trovarli…

Sofia Nespoli – servizio civile in Kosovo

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