Una presentazione del Kosovo

È difficile presentare il Kosovo.

“Voglio dire che in Kosovo, come del resto dei Balcani, è necessario astenersi da giudizi affrettati. Più che altrove bisogna studiare, cercare la storia dei luoghi e delle persone, cogliere i segni, annusare l’aria, sapere cosa c’era prima…Altrimenti, se ci si fida delle prime impressioni o di quello che appare in superficie, si rischia di non capire. Qui più che in altri luoghi la vita è complessa, difficile da ricostruire. Qui più che mai, bisogna diffidare delle spiegazioni troppo semplici, che spesso nascondono menzogne” (Gentilini, Fernando, Infiniti Balcani. Viaggio sentimentale a Pristina a Bruxelles, Bologna, Pendragon, 2007, p. 24).

E così quando una persona mi chiede: ma scusa com’è il Kosovo? Rimango sempre un po’ come presa alla sprovvista, ma poi rispondo: è un paese pieno di contraddizioni, difficile da comprendere, vicino e lontano dal nostro essere.

So benissimo che non avrà capito niente di quello che ho detto, il suo viso continuerà così ad assomigliare a un grande punto di domanda che permane perché vuole una risposta più precisa e meno filosofica.

Il Kosovo è uno stato indipendente dal 17 febbraio del 2008; ma non tutti i paesi del modo lo hanno riconosciuto, stando agli ultimi aggiornamenti, ora sono 65 i paesi che hanno riconosciuto ufficialmente l’indipendenza del Kosovo.

L’origine del nome tutto il territorio del Kosovo è diviso in due metà quasi uguali: la metà ovest e la metà est. La metà ovest del Kosovo è nota ai serbi con il nome di Metohija, “derivato da metochia, parola greca-bizantina che significa proprietà monastica e rileva il fatto che qui molti monasteri ortodossi ricevettero ricchi lasciti (terreni agricoli, fruttiferi e vigneti) dai governanti serbi medievali” ( Malcolm, Noel, Storia del Kosovo. Dalle origini ai giorni nostri, Milano, Bompiani, p.33). Invece la parte orientale del Kosovo è per i serbi semplicemente nota come Kosovo. E così con Tito il nome ufficiale dell’unità amministrativa di questa regione divenne Kosovo – Metohjia o abbreviato Kosmet.

La provincia prende il proprio nome dalla località di Kosovo Polje (Fushë Kosovë in albanese), a nord di Pristina, teatro della battaglia omonima del 1389 che vide i serbi del principe Lazar opporsi agli invasori ottomani del sultano Murad. In serbo Kosovo Polje significa “Campo del merlo” o piana del merlo, essendo Kosovo la forma declinata e possessiva della parola slava e serba “Kos”, merlo, ossia del merlo.

Però gli albanesi del Kosovo non sono d’accordo nel chiamare questa regione Kosovo – Metohjia, dato che significherebbe riconoscere che l’identità di questo territorio sia legata esclusivamente ai serbi. Così essi identificano la parte occidentale del Kosovo con il nome Rarafsh Dukagijn, cioè l’altopiano di Dukagjin, nome di una famiglia albanese che governò nel medioevo e diede il proprio nome anche a una parte del territorio dell’Albania settentrionale, e chiamano tutta la regione (la parte occidentale e orientale) semplicemente Kosova.

Diverse sono anche le terminazioni della popolazione albanese del Kosovo. I serbi in gergo li chiamano “sciptari”, termine che era molto diffuso per dire “albanese”. Per i turchi essi erano “arnauti”, termine ripreso anche da fonti storiche occidentali. I serbi solevano chiamarli anche “arbanassi” (Benedikter, Tomas, Il dramma del Kosovo. Dall’origine del conflitto fra serbi e albanesi agli scontri di oggi, Roma, Datanews, 1998, p. 13).

Il Kosovo non ha mai avuto dei confini precisi. Da un’analisi cartografica – storica non risulta mai una nazione che riporta questo nome; infatti la terra in questione è sempre stata annessa ad altri regni o dominazioni.

E così “il Kosovo benché abbia avuto un ruolo centrale nella storia dei Balcani, è rimasto, per molta parte di quella storia, misterioso e poco conosciuto al mondo esterno” (Malcom, Noel, Storia del Kosovo. Dalle origini ai giorni nostri, cit., p. 31).
La causa di questa inaccessibilità del Kosovo, fu sia politica, in quanto contrassegnato da continui disordini durante l’ultimo periodo dell’impero ottomano, sia geografica, che ne sottolinea appunto l’isolamento e, allo stesso tempo, l’importanza quasi centrale.

Il Kosovo si estende su un’area di circa 10.887 kmq (poco più grande di una regione come l’Umbria), al centro sud della penisola balcanica (Hosh E., Storia dei Balcani, Bologna, il Mulino, 2006, p. 2).

Confina a nord-ovest con il Montenegro, a nord-est con la Serbia ed a sud con l’Albania e la Macedonia. La catena montuosa più importante è quella dei monti Sar che corre ad est del complesso montuoso dell’Albania settentrionale e forma molta parte del confine meridionale del Kosovo. Tutti i fiumi che scorrono in Kosovo, sfociano in tutti i tre i mari che bagnano i Balcani: l’Egeo, il mar Nero e l’Adriatico.

L’età media della popolazione kosovara risulta essere abbastanza bassa 24 anni. Paragonata ai paesi europei la popolazione kosovara è così la più giovane d’Europa. È dal 1981 che in Kosovo non viene eseguito un censimento, in quanto nel 1991 gli albanesi decisero di boicottare quello jugoslavo. L’Ufficio centrale di statistica di Belgrado dovette quindi ricorrere a stime che indicavano 1,8 milioni di abitanti, di cui 1.680.000 (82,2%) di etnia albanese. Le stime elaborate dagli studiosi albanesi (H. Islami, Democraphic reality in Kosova) per il ’93 indicano il numero di abitanti in 2.1000.000, di cui l’87,8% albanesi, il 6,6% serbi e il resto appartenente ad altri gruppi minori quali turchi, musulmani, slavi e rom. Infatti, secondo stime dell’Unione Europea la popolazione totale del Kosovo nel 1998 risulta essere di circa 2.2 milioni di abitanti, di questi l’82-90% appartenevano alla comunità albanese (Benedikter Tomas, Il dramma del Kosovo: dall’origine del conflitto fra serbi e albanesi agli scontri di oggi, cit., p. 11).

Chi arriva per la prima volta in Kosovo e passeggia per Pristina, sembrerà apparentemente di trovarsi alla periferia di una città dell’Europa dell’est, palazzi grigi e alti, costruzioni un po’ ovunque; la presenza di nuvole di grossi corvi neri, forse, gli farà un attimo pensare che non si trova in una città dell’Europa più povera, ma è a Pristina, dal 17 febbraio 2008 la capitale del Kosovo.

A Pristina difficilmente riuscirà a cogliere il peso che tuttora, in misura certamente minore di qualche anno fa, hanno le tradizioni nella vita della maggior parte degli albanesi che popolano i villaggi e la campagna. È evidente che la presenza degli internazionali e delle organizzazioni non governative stanno trasformando anche la tradizione nei villaggi; in quanto i giovani albanesi attratti dai costumi occidentali, lentamente si allontanano dal nucleo familiare, dall’antica tradizione, che per secoli ha governato quest’area, così misteriosa e poco conosciuta dalle popolazioni europee.

La tradizione albanese segue un codice di legge consuetudinaria, di antica data: il Kanun.

Come racconta lo scrittore albanese Ismail Kadarè nel suo romanzo Aprile spezzato, il protagonista, il giovane albanese Gjorg, commette un omicidio per “riscattare il sangue del fratello” (Kadarè, Ismail, Aprile spezzato, Milano, Longanesi, 2008, p. 11) ucciso da una famiglia rivale. L’omicidio per vendetta era dunque riconosciuto dal Kanun, e anzi “prevedeva lo stato di turbamento in cui l’omicida poteva cadere per il suo atto, e permetteva che gente di passaggio facesse ciò che lui non era stato in grado di fare. Mentre era un’imperdonabile vergogna lasciare il morto disteso bocconi e il fucile lontano da lui” (Ibidem, p. 10). Venuti a conoscenza dell’assassinio, i componenti maschi della famiglia del defunto possono scegliere se conferire o meno la besa alla famiglia rivale: “nozione fondamentale nel codice morale albanese: lealtà, impegno a non attaccare, rispetto della parola data” (Ibidem, in nota a p. 10.). Passato il tempo stabilito dalla besa, che può essere di un giorno o anche di un mese, la famiglia del defunto può ulteriormente vendicarsi sull’assassino o sui membri maschi della sua famiglia.

Un altro punto interessante che si ritrova nel Kanun è l’onore, l’onore che è strettamente legato all’ospitalità. Secondo il Kanun l’ospitalità viene prima della vendetta, ossia essa è il “comandamento dei comandamenti”. Insomma “l’ospite, agli occhi dell’albanese è un semidio. […] La dimensione divina appare ancora più autentica quando si considera che la si acquisisce d’improvviso una sera, soltanto per alcuni colpi battuti a una porta. Dal momento in cui bussa alla tua porta e si affida a te come ospite, […] si trasforma immediatamente in un essere fuori dal comune, in un sovrano inviolabile, legislatore e fiaccola del mondo” (Kadarè, Ismail, Aprile spezzato, cit., p. 64 – 65.). E così offendere l’ospitalità, non rispettare l’ospite, equivale a disonorare l’uomo albanese, che non perdonerà e si vendicherà con l’omicidio di chi l’ha disonorato. “L’ospite, nella vita dell’albanese, è la categoria etica suprema, che prevale persino sui legami di sangue. Si può fare remissione del sangue del padre o del figlio, ma mai di quello dell’ospite” (Ibidem, p. 63.).

Ancor oggi appena entri in un casa albanese kosovara divieni il centro dell’attenzione dei padroni di casa che ti offriranno fiumi di caffè turco, bevande casalinghe, the e se sei fortunato, anche buonissimi dolci appena cucinati.

È probabile che fu Stefano Costantino Gjecov, padre della provincia francescana di Scutari, nato nel Kosovo nel 1874 e morto nel 1929, a raccogliere la consuetudini giuridiche del popolo delle montagne dalla voce della gente ( Evangelista, Antonio, La torre dei crani. Kosovo 2000 – 2004, Roma, Editori Riuniti, 2007, p. 33.).

Altra letteratura identifica, invece, come prima opera di codificazione quella realizzata dal principe Alessandro Dukagijni, detto Lek, intorno alla metà del 1400.

Nel romanzo di Kadarè, Aprile Spezzato, ambientato probabilmente pochi anni prima dell’arrivo di Hoxha, il Kanun è presentato come la legge consuetudinaria dei popoli delle montagne “maledette” del nord; per chi vive a Tirana, come i due personaggi del romanzo Berisa e la sua giovane moglie, il Kanun, è visto invece, come qualcosa che allo stesso tempo è “terribile, assurdo e fatale, come tutte le grandi cose” (Kadarè, Ismail, Aprile spezzato, cit., p.60), lontano ma anche nello stesso tempo vicino a loro, giovani di città:

“[…] perché il Kanun”, come ben spiega il giovane sposo Berisa alla sua consorte, “non è soltanto una costituzione, è anche un colossale mito che ha assunto la forma di una costituzione. Una ricchezza universale davanti alla quale il codice di Hammurabi o altre legislazioni di quei paesi si riducono a giochi infantili. Per questo è inutile chiedersi al riguardo, come bambini, se sia buono o cattivo. Come tutte le cose grandiose il Kanun è al di là del ben bene e del male” (Ivi).

Pertanto secondo Berisa gli albanesi devono esseri fieri del popolo delle montagne, perché “è l’unico che pur vivendo in uno Stato moderno europeo e non un insediamento di tribù primitive, abbia rifiutato le leggi, […] tutti gli organi di Stato; […] per sostituirli con altre regole morali così complete che furono necessariamente riconosciute dagli amministratori degli occupati stranieri, poi dallo Stato albanese indipendente” (Ivi).

Ma come ben rileva il diplomatico italiano Fernando Gentili, queste parole che nascondono il pensiero di Kadarè, “restano immagini bellissime ma niente di più” (Gentilini, Fernando, Infiniti Balcani. Viaggio sentimentale a Pristina a Bruxelles, cit., p. 24).
Altro punto fondante della comunità albanese è la famiglia, o meglio il fis, la famiglia allargata. Persiste così la famiglia estesa patriarcale, che raccoglie genitori e figli. La famiglia rurale tipica è composta da 15 persone. Nell’ambiente rurale molti matrimoni vengono spesso concordati dai genitori o dai parenti.

In Kosovo però si leggono due storie: quella albanese e quella serba. Gli albanesi si considerano gli eredi degli illiri, uno dei più antichi popoli che per prima hanno abitato in Kosovo, e ritengono il 1878, anno della Lega di Prizren, come la data simbolo della nascita del loro nazionalismo, per cui il Kosovo è così ritenuto come la loro terra madre. Per i serbi il Kosovo è invece la terra sacra, la terra dove vi sono più monasteri ortodossi che in altre zone della Serbia, la terra dove nel 1389 subirono una pesante sconfitta da parte degli ottomani che determinò la fine del regno del principe Lazar e l’inizio dell’occupazione musulmana.

Passato e presente sono strettamente legati da un nodo difficile da poter slegare; pertanto la storia in Kosovo è una fiamma ancora accesa che illumina le strade nascenti dell’oggi.

Secondo lo storico Tim Judah “in Kosovo, history is not really about the past, but about the future. In other words, he who holds the past holds the future” (Judah, Tim, Kosovo, War and Revage, New – Haven London, Yale University Press, 2002, p. 1).

Il futuro si lega così inesorabilmente al passato, la storia diventa, o meglio è la protagonista assoluta sia per i serbi sia per gli albanesi.

Emma Riva
Servizio Civile a Prizren (Kosovo) – febbraio 2010
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