SERVIZIO CIVILE A NAIROBI: UN BILANCIO

Lettera scritta da Martino Ghielmi, servizio civile con IPSIA a Nairobi (Kenya), pubblicata sul numero di gennaio 2010 su Popoli – Mensile internazionale della compagnia di Gesù.

Sono un vostro lettore, studente universitario, appena rientrato da un anno di servizio civile con le Acli a Nairobi. Vi mando qualche riga scritta «a caldo» al mio rientro per provare a condividere con gli altri lettori alcune intuizioni avute in questi mesi.
Sono partito il 24 novembre 2008, destinazione Nairobi, in servizio civile volontario per conto di Ipsia, la Ong delle Acli. Per un anno ho abitato nella periferia di una metropoli che rappresenta un perfetto esempio di sviluppo squilibrato: un centro di grattacieli, alcune zone residenziali di grande lusso e un’enorme lista di baraccopoli di fango e lamiera dove abita oltre metà della popolazione urbana. L’indice di disuguaglianza della società kenyana è tra i dieci più elevati del mondo.

Posso testimoniare che non è semplice vivere in un contesto dominato dall’ingiustizia, che taglia come una mannaia la società in due gruppi: gli «have» e gli «have not» (chi ha e non ha). La miseria ferisce, soprattutto quando coesiste con lo spreco e l’indifferenza da parte di chi non la vive.

Operando con Ipsia (impegnata nella formazione e organizzazione dei lavoratori informali delle periferie della città), ho potuto constatare la falsità dell’affermazione secondo cui i poveri sono tali perché non lavorano. La stragrande maggioranza dei poveri a Nairobi lavora dalle 6 di mattina alle 9 di sera, spesso sette giorni su sette. Nonostante questo, la gente non riesce a uscire dalla trappola della miseria, che anzi diventa ancora più pesante a causa dell’inflazione che erode il potere d’acquisto dei beni di prima necessità.

Senza dubbio ho ricevuto tantissimo da quest’anno di servizio civile. Per certi versi sono partito adolescente e sono tornato uomo. Ho guadagnato in consapevolezza, resistenza (alla fatica, alle difficoltà e al dolore) e autocoscienza. Nel senso che so meglio di prima «chi sono» e molto meglio di prima «cosa voglio fare» della mia vita.

Il prolungato contatto con la povertà estrema, la sofferenza e una miriade di problemi mi hanno convinto, ogni giorno di più, che solo una cosa è vera, in ogni luogo e in ogni tempo: l’amore. Solo l’amore, espresso con i fatti più che con le parole, ci permette di essere veramente uomini o donne. Solo l’amore dà un senso al nostro incontrare le persone, al di fuori di ogni esotismo che vorrebbe far apparire diverso il bene a seconda della latitudine.

Giocare con un bambino di strada od offrigli un pasto non sono che diverse declinazioni dello stesso amore che possiamo dimostrare andando a trovare un’anziana vicina di casa che passa le giornate in solitudine. Mi rendo conto che altrimenti ogni viaggio o esperienza nel Sud del mondo corre il rischio di arenarsi in un capolinea di tranquillità borghese (in sostanza nel far vedere delle foto agli amici, spesso vantandosi del fatto di aver visitato zone degradate e pericolose).

La continua spinta a tradurre in pratica gli ideali dovrebbe invece essere qualcosa di indipendente dalla geografia. Trovare le strade per farlo non è mai una via automatica perché, come ha scritto Annalena Tonelli «l’amore è una questione di immaginazione».

Infine, ho potuto capire che la sofferenza è un mistero la cui soluzione non spetta a noi. A noi compete soltanto la scelta se restare indifferenti o farci coinvolgere. Al di là del colore della pelle, di nazionalità e confini, di credo e ideologie, quello che ci accomunerà sempre è il fatto di essere tutti esseri umani. Se riuscire a capire il dolore altrui è la chiave per riuscire a essere più umani, è questo ciò che spero di essere diventato capace di testimoniare.

Martino Ghielmi
Servizio Civile a Nairobi (Kenya) – gennaio 2009
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