Una stimolante visione dall’altra parte dell’Adriatico

Tornare in Italia per due settimane, ad aprile, mi ha dato l’occasione di fermarmi un attimo, di pensare a quello che avevo conosciuto e vissuto in questi primi cinque mesi, di poter guardare l’Albania dall’altra parte del mare, per la prima volta da quando sono qui. Le persone si stupiscono sempre quando dico che sto benissimo, che il lavoro è stimolante, ma soprattutto che il contesto ormai mi sembra per certi versi familiare, dalle persone, ai luoghi, agli aspetti anche negativi. Nonostante l’adesione alla Nato, la richiesta di ingresso nell’Unione Europea, la graduale integrazione, l’immaginario che hanno tanti italiani di questo paese è quello di sempre, lo stesso di quasi venti anni fa, del periodo delle carrette del mare e degli sbarchi di massa al porto di Bari. Del fatto che certi pregiudizi siano davvero duri a morire, in fondo in fondo credo di esserne stata consapevole. Ma mi sono resa conto che idee comuni e cliché sono talmente radicati che non c’è nemmeno la curiosità, il desiderio di ascoltare l’esperienza, seppur minima, di una persona che sta vivendo per un periodo in quel paese. Ho provato a raccontare aneddoti, sensazioni, colori, ma, accanto alla difficoltà di poter trasmettere un’esperienza così complessa e totalizzante, e alla consapevolezza di come ogni racconto non sia che un minuscolo frammento, ho trovato dei muri di indifferenza altissimi, quasi la volontà di non conoscere, il radicarsi dietro le solite frasi “Per carità, non dico che siano tutti delinquenti, un paio di albanesi onesti lo ho conosciuti anche io”, nell’estremo tentativo di sembrare un tantino più aperti e tolleranti. Sebbene le connessioni tra i due paesi siano fortissime, è paradossale constatare come ci sia una totale disparità di comunicazione e di scambio: se qui dell’Italia conoscono tantissime cose, dalla politica, ai programmi tv, dalla lingua alle canzoni, in Italia dell’Albania non si sa quasi nulla, nonostante la vicinanza, né quale sia la recente storia del paese, né tanto meno quale sia il piatto tipico. Dall’altra parte, è stato bello invece parlare con una mia carissima amica di Tirana, che vive in Italia dal ’93, e con sua madre. Innanzitutto perché ho sfoderato quelle poche parole di albanese che conosco, e loro sono andate in un brodo di giuggiole (dà sempre una certa soddisfazione!); ma soprattutto perché è stato interessante farsi raccontare di nuovo la loro storia, di rifugiati politici, adesso che ho qualche informazione in più rispetto al contesto e alla storia del paese, ora che ho visto i bunker disseminati dal dittatore Enver Hoxha ovunque, dalla spiaggia ai posti più sperduti di montagna, che capisco un po’ meglio che cosa vuol dire, per un cittadino albanese, ottenere un visto per l’Italia, che ho sentito i racconti di chi invece è rimasto. Una pausa utile per capire meglio non solo l’Albania, ma anche alcune cose dell’Italia: una stimolante visione dall’altra parte dell’Adriatico.

Giorgia Guarino
Servizio Civile a Scutari – Albania 2008/2009

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