Al bar di Prizren

Beatrice Rappo, servizio civile con IPSIA in Kosovo, ci propone per questo mese un’analisi sulla situazione sociale del Kosovo.È il primo giorno di primavera e a Prizren, in Kosovo, nevica. Ma si tratta solo di una parentesi dicono tutti e presto le persone affolleranno le ciottolate strade ottomane che costeggiano il fiume.
Normalmente sono soprattutto giovani che si muovono a gruppi, indossano la divisa della scuola e qualche accessorio alla moda e in tasca hanno i soldi contati per un caffè. Il Kosovo è lo stato più giovane del mondo non solo perché ha dichiarato la sua indipendenza dalla Serbia poco più di anno fama anche per la sua demografia che vede il 70% della popolazione composta da giovani di meno di 35 anni, un milione e quattrocento persone grosso modo. Su di loro, più di tutti, grava la difficile situazione economica in cui versa il Kosovo: la disoccupazione tocca il 42% e il 29.5% 1 di chi cerca lavoro ha tra i 15-24 anni, la crescita economica staziona ad un livello nettamente inferiore rispetto ai vicini dell’area balcanica e la bilancia dei pagamenti pende dal lato delle esportazioni, il che significa che in Kosovo si
produce poco e non vengono creati nuovi posti di lavoro.
Nei bar e nelle strade di Prizren si vedono giovani in divisa a tutte le ore poiché vanno a scuola in 3 turni diversi a causa dell’insufficienza di strutture scolastiche. Finiscono la scuola a 20 anni e davanti a loro si aprono ben poche prospettive, in un mercato del lavoro che appare ristretto e scarsamente variegato.
Quelli che possono permetterselo vanno all’università a Pristina o a Prizren, che offre corsi di laurea di economia, giurisprudenza, criminalistica e psicologia. Chi ha fatto una scuola tecnica di elettronica o infermieristica ha maggiori possibilità di trovare lavoro ma se si interrogano genitori o i fratelli maggiori riguardo alle prospettive dei più giovani affiorano i ricordi di un passato in cui le cose funzionavano diversamente.
Negli anni ’80 Prizren era un polo produttivo importante, ricco di fabbriche di grosse dimensioni: c’era la “Comuna”, una fabbrica di scarpe, la “Printex”, che produceva fibre tessili, una fabbrica di metalli e la “Farmacos”, azienda farmaceutica, l’unica che ancora oggi lavora, ma con una capacità produttiva ridotta del 70%. Negli anni ’90 dopo la disgregazione della Jugoslavia è iniziato un graduale processo di privatizzazione interrotto con la guerra del 1999 e supportato nuovamente dall’Unmik come rimedio economico. Ma qualcosa è andato storto e le fabbriche di Prizren sono state svendute, la produzione menomata e i molti posti di lavoro sono sfumati.
Orhan Miftari, responsabile della Caritas Kosovo, ha 33 anni: ha qualche ricordo della Jugoslavia socialista, della sua disgregazione, ha vissuto la guerra del ’99, ha visto i cambiamenti del dopoguerra e la “nuova nascita” del 17 febbraio 2008. A lui abbiamo chiesto quali sono le prospettive dei ragazzi di Prizren: “Sperare negli investimenti. Ma la maggior parte dei giovani pensa a scappare da qui”. Nulla di nuovo: la linfa vitale per l’economia kosovara degli ultimi 30 anniè stata la diaspora con le sue rimesse. I giovani hanno in mente i racconti dei parenti emigrati e vedono il lavoro all’estero come soluzione di successo, ma senza rendersi conto che l’economia europea e le condizioni per migrare sono nettamente peggiorate rispetto ad un tempo. “È emerso un nuovo fenomeno: giovani che vendono tutto per andare all’estero, scollinano i confini per poi essere rimpatriati con nulla in tasca” e, aggiungo, con una storia di insuccesso e disillusione alle spalle Orhan ci racconta che l’immagine dell’Europa che hanno i giovani kosovari è stata forgiata negli ultimi 10 anni attraverso nuovi canali digitali televisivi (prima del ’99 in Kosovo si potevano vedere pochi canali e tutti in lingua serba) e
dall’ingente presenza internazionale. I giovani del Kosovo che hanno oggi 15-20 anni non hanno esperito coscientemente la guerra e sono cresciuti nel Kosovo “in ieri” che è stato ricoperto di aiuti nei primi anni dimenticando che non sarebbe andata così per sempre”, dice Ohran – aspettando l’indipendenza che nelle menti sembra essersi caricata della promessa del benessere economico. I giovani si confrontano con l’esempio degli internazionali che da 10 anni si alternano in Kosovo e con i programmi televisivi esteri e locali che costruiscono un’immagine stereotipata degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Parte di questi ragazzi proietta sul modello occidentale mutuato dalla tv e dalla presenza straniera il proprio futuro ideale riversandovi illusioni e desideri di fuga. Sono modelli che sperano di poter raggiungere in patria o altrove, salvo scoprire che in Kosovo non hanno i soldi per farlo e che l’Europa ha confini quasi invalicabili perché ottenere un visto per l’UE è proibitivo. Il mondo per i kosovari è poco più grande di 10.000 km2 e mentre essi si proiettano nell’Europa, l’Europa considera il Kosovo ancora un’altrove postbellico molto lontano.
Anche se molti subiscono l’attrazione verso l’occidente, per lo più per motivi economici, i giovani hanno una forte identità albanese e conservano con la famiglia e con le tradizioni un legame indissolubile. Imbracciano la bandiera con patriottismo e credono nell’Indipendenza, ma nel contempo “la politica non li tocca e i politici non li rappresentano” conclude Orhan. Probabilmente, anche se questi ragazzi sono depositari dei racconti e delle sofferenze dei genitori, nemmeno la questione etnica li riguarda perché non hanno vissuto il tempo di Milošević né conoscono coetanei serbi: se ne sono andati praticamente tutti poiché il Kosovo poteva offrire loro solamente segregazione e confini ancora più stretti di quelli dei ragazzi albanesi.
Seduta in un bar di Prizren provo a capire i miei coetanei kosovari trovandomi spesso disorientata. Tutti dicono che i balcani sono un gioco di specchi perché l’immagine ambia ogni volta che ci si avvicina nel tentativo di comprenderli. Accostarsi davanti a questo specchio significa non solo scambiare la propria realtà con quella dell’altro, il mio coetaneo kosovaro, ma, mi auguro, anche cambiarla.

Beatrice Rappo
Servizio Civile a Prizren – Kosovo 2008/2009
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Un pensiero su “Al bar di Prizren

  1. Ciao Beatrice, sono capitato qui per caso e penso che le tue riflessioni aiutino a capire alcuni degli aspetti della situzaione nel kosovo meglio di quanto riescano a fare tanti articoli sui giornali e servizi televisivi. A parte quelli di qualità: ho visto quello di presa diretta tempo fa dedicato al kosovo e nel tuo articolo ho trovato molti punti in comune, ciao

    Andrea

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