Duam drita!

Sono qui seduta nella cucina di casa Mimosa, con la stufetta elettrica al mio fianco, a scrivere del mio servizio civile in Albania e la prima sensazione è un certo disagio e imbarazzo. Considerando le feste natalizie trascorse in Italia, sono a Scutari da poco più di un mese e mi ritrovo già a mettere su carta le mie impressioni riguardo a questa esperienza: impressioni ancora superficiali, che forse saranno smentite e ritrattate e che comunque rimarranno impresse per tutti definitivamente su questo foglio.Con questa premessa, vi racconterò dunque di alcuni sguardi che ho gettato sulla realtà che mi circonda.
Prima di partire pensavo all’Albania come al paese di confine tra Ovest ed Est, tra noi e loro, tra Europa e paesi dell’ex blocco comunista più geograficamente vicino all’Italia. Riflettevo sulla sua dolorosa storia di emigrazione secolare, di regime comunista e isolamento, fino agli anni recenti di violenti disordini e di navi stracariche verso Lamerica. E mi interrogavo sui profondi legami esistenti tra i due paesi e sul fastidio che avrei provato nel percepire il mio paese come un modello sociale e culturale, non perché lo rinneghi ma perché ostile ad ogni forma di imposizione o imperialismo culturale.

Appena scesa dall’aereo, sulla strada che porta dall’aeroporto di Rinas a Scutari, intravedo un paesaggio brullo, case nel nulla e le montagne intorno, che sommato al modo di guidare e all’uso spropositato del clacson mi ricordano un po’ alcuni posti della Calabria. Ma poi arrivo a casa e, dopo un giorno, scopro che mancano la corrente elettrica e l’acqua e mi chiedo se mi trovo proprio ad ottanta chilometri dalle coste della Puglia. Non a caso “Duam drita”, vogliamo luce, è una delle prime frasi che ho imparato in albanese; lo vedevo scritto dappertutto sui muri della città. Nonostante la nostra capacità di adattamento a queste difficoltà infrastrutturali, di cui si è tanto discusso durante i colloqui di selezione per il servizio civile, tutto ciò in Albania ti giunge inaspettato. Mi capita spesso di rimanere interdetta davanti a questa contraddizione tra l’incredibilmente vicino e il così lontano.In alcuni momenti mi sembra quasi di non essere mai partita dall’Italia: ti ritrovi a parlare, rigorosamente in italiano, con i ragazzi della tua stessa età, dei cartoni animati che hai visto da bambina, di calcio o a trascorrere una serata a cantare al karaoke le canzoni di Celentano (un vero mito qui in Albania), Tiziano Ferro e altri cantanti che a noi italiani sono persino sconosciuti. Inoltre, mi sono trovata subito immersa in una rete di relazioni e in una calorosa accoglienza, che mi hanno fatto avvertire in misura minore la mia condizione di straniera e la difficoltà di adattarmi ad un nuovo contesto. Tuttavia, questa sensazione viene spesso spazzata via dallo scontro con i limiti posti ai cittadini albanesi dai confini geografici, sociali ed economici, che circoscrivono le proprie libertà individuali. Per la prima volta, infatti, mi confronto direttamente con l’idea di frontiera, così lontana a noi europei, e con le annesse difficoltà di ottenere un semplice visto turistico. Così come, mentre cammino per strada, mi stupisco nel vedere una coppia di fidanzati che si salutano con una stretta di mano o nel sentirmi osservata perché fumo una sigaretta. Da alcune battute e dai racconti ascoltati intuisco l’influenza esercitata da norme sociali a me distanti, almeno nel tempo, e dalle chiacchiere, che incidono pesantemente su chi è riconoscibile e ricopre un ruolo ben preciso nella società. Mi incuriosisce, poi, osservare le vetrate dei bar per soli uomini e di contro quelli con le insegne Familjare che contraddistinguono i locali dove, paradossalmente, per mantenere una certa rispettabilità, gli uomini non possono entrare se non accompagnati da una donna (o almeno così dovrebbe essere). E anche qui, come in ogni luogo del mondo, emergono i pregiudizi e le discriminazioni verso il diverso, l’Altro, che qui a Scutari è rappresentato dai Malok, i montanari, che sono emigrati in città e ne abitano le periferie.
Dal punto di vista economico, l’Albania è spinta da un’ambizione molto forte ad un modello economico occidentale che si scontra, però, con uno sviluppo mancato o comunque incompleto, soprattutto in termini di tutela dei lavoratori e di effettivo esercizio dei diritti. Dopo l’ingresso dei paesi dell’est nell’Unione Europea, l’Albania è diventata la nuova meta delle delocalizzazioni grazie al costo del lavoro più basso, ad una manodopera più flessibile e ad un regime fiscale più sostenibile. Il governo italiano, per superare l’ostacolo dei risultati del referendum del 1987, sta anche pensando di “delocalizzare” la costruzione di centrali nucleari. Motivati da quell’ambizione di cui parlavo prima e dalla necessità di rispondere, dopo anni di crisi, al fabbisogno energetico nazionale, molti albanesi esprimono pareri favorevoli su questo progetto.
In conclusione, la mia iniziale idea di trovare un paese di confine è stata confermata solo in parte: cresce invece la consapevolezza di quanto i confini, le differenze tra noi e loro, siano labili e mobili.

Patrizia Dodaro
Servizio Civile a Scutari – Albania 2008/2009
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