Karibuni. Benvenuti a Nairobi!

Eccomi dunque seduta davanti ad un pc a scrivere un articolo su Nairobi. Cosa raccontare? Una cosa è certa: chi legge non si aspetti analisi e commenti sulle condizioni abitative nelle baraccopoli o dati su povertà e lavoro, almeno non questa volta. Sono qui da un mese ed è la prima volta che esco dalla cara e vecchia Europa; ho visto qualcosa, ma sicuramente non ancora abbastanza; sono stata bombardata di stimoli, ma il tempo per rielaborarli ancora non c’è stato. Il lettore si dovrà accontentare di qualche considerazione più o meno originale fatta da un servizio civile da poco arrivato a Nairobi.Il primo periodo all’estero per un servizio civile è soprattutto una fase di osservazione. Si gira molto, si studia il contesto, si visitano progetti e luoghi “significativi” Passi necessari nel processo di scoperta, non ne dubito. Tuttavia, alla fine di ogni visita, per tacitare la mia coscienza devo ricordare a me stessa che sono un servizio civile. Detto in maniera molto schietta, sapere che resto per un anno e che probabilmente ci saranno altre occasioni per tornare in questi posti e magari anche per rendermi utile, mi fa sentire meno turista (o guardone). Perché prendere coscienza di una certa realtà è certamente importante – e necessario – ma allo stesso tempo rischia di tradursi in uno scambio iniquo. Tu che vai a “conoscere” ricevi e chi viene conosciuto ha ottenuto la tua attenzione per un po’. E alla fine vieni ringraziato per aver speso una giornata in questo modo. E penso, grazie per cosa?, sentendomi alquanto a disagio.
Poi però mi ricordo che sono un servizio civile e che collaborerò con alcuni di questi progetti.
Potrebbe addirittura capitare che commetta qualche errore (piccolo, si spera), per cui potrebbero finire col ringraziarmi in modo meno caloroso per la mia presenza! Insomma, questo mi farebbe sentire meno turista e più parte del contesto.
Sono comunque consapevole che ci saranno cose che non avrò il tempo di capire e che per molti aspetti resto e resterò un guardone di passaggio. Ma dopo tre settimane di vita qui, la frase “resto qui un anno” suona alle mie orecchie come consolatoria (anche se forse non lo sarà fra 10 mesi).
Tornando da Korogocho in matatu (forma di trasporto pubblico in Kenya), il signore seduto accanto a me era ben disposto a parlare con un musungu (uomo bianco). Per il troppo traffico il matatu ha preso una scorciatoia – una strada piuttosto dissestata e con parecchia immondizia ai lati. Il signore si è preoccupato allora di informarmi che la zona da cui venivamo e quella che stavamo attraversando erano molto povere, ma che a Nairobi e in Kenya ci sono zone più belle (sottolineandomi che lui viveva in una bella casa).
Il primo cinico pensiero è stato: ecco uno di quelli che preferiscono ignorare l’altra Nairobi, quella degli slum. Terribile vero, “questa negazione della realtà che viene operata da una parte consistente degli abitanti di Nairobi, che ignorano completamente…” Ma se a Milano incontrassi in autobus, per caso, uno straniero – con la faccia da turista – in una parte degradata della città (facendo finta di non essere la friulana poco espansiva quale in realtà sono) non tenterei forse di rassicurarlo, spiegandogli che esistono in città anche dei posti molto piacevoli?
E mi chiederei, “perché questo turista doveva proprio venire  qui? Non poteva starsene in piazza Duomo?”
Ancora una volta, il servizio civile attribuisce un senso alla mia presenza in certe zone, evitandomi i rischi di un turismo alla rovescia. Si va, si osserva, si impara e, a piccoli passi, pole pole, si da il proprio contributo dove e se richiesto.

Giulia Camilotti
Servizio Civile a Nairobi – Kenya 2008/2009
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