Passi

L’ultimo report di servizio civile dovrebbe essere un report capace di condensare un mondo durato un anno intero. Mondo che da un lato sembra essere schizzato via a migliaia di kilometri di distanza non appena ho messo piede sull’aereo che mi ha riportata in Italia ma che, contemporaneamente, è ancora sottopelle, e a lungo ancora ci rimarrà. Sarebbe giusto trovare una mediazione, un equilibrio fra queste due sensazioni, ma probabilmente è ancora troppo presto per poter mettere a fuoco con più chiarezza e freddezza quello che quest’anno kosovaro mi ha lasciato.

Cerco un aiuto rileggendo i primi report del servizio civile, e fra le righe intravedo tutto il percorso e i cambiamenti che mi hanno accompagnata durante l’esperienza. Passi e impronte che riescono a coprire ogni aspetto della mia persona. Passi professionali, passi che mi hanno portata a conoscere un fazzoletto del mondo che prima per me esisteva solo pizzicato in una pagina di libro universitario, passi che raccontano di aspetti di me che ancora non conoscevo e di altri su cui ho iniziato a lavorare, ma che ancora devono essere smussati e conosciuti. Passi che mi hanno fatto incontrare nuove persone: alcune mi hanno costantemente accompagnata, seguita, sostenuta durante tutto il periodo trascorso in Kosovo; altre invece hanno solo fatto capolino lungo la strada, ma hanno saputo raccontarmi la loro storia e il loro perché. Passi che spesso hanno avuto un intercedere incerto e non sempre deciso nel prendere una posizione. Forse è proprio grazie a questo aspetto che hanno imparato a non cercare sempre una sola verità, ma ad ascoltare più voci, anche se in totale contrasto fra di loro e completamente incompatibili.

Il Kosovo sa raccontarti il bianco e il nero, e ti insegna che non per forza tu, elemento esterno, devi scegliere un colore, prendere una posizione, che in qualche modo ti aiuti a semplificare la realtà che hai di fronte. Ti parla delle sue sfumature, che spesso sono quelle che i giornali tendono ad evitare e che tu, invece, vorresti essere capace di trasmettere alle persone e agli amici in Italia. In altri casi il Kosovo ti ricorda l’importanza di continuare a indignarsi, nonostante spesso si sentano tirare i fili del suo destino da alcuni burattinai molto più importanti e molto più in alto di te o di chiunque altro.

Quest’esperienza mi ha stropicciata, accartocciata, distesa, allungata. Mi ha ricordato quanto non sempre la differenza, spesso così decantata a parole, sia facile da affrontare, da conoscere, da capire. Ha smussato e indirizzato alcune mie idee e progetti per il futuro.

Vorrei riuscire a dare un senso compiuto a questo anno kosovaro, a trovare un punto di collegamento con la realtà in cui mi trovo ora, andando oltre alle poche parole di circostanza e piuttosto inconsistenti che mi capita di scambiare con chiunque mi chieda del Kosovo ultimamente.

Grazie alle persone protagoniste di questo viaggio kosovaro…

A presto

Giulia Molinengo

Servizio Civile in Kosovo 2007/2008

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