“Volontari per lo sviluppo sostenibile”: nuovi servizi civili all’opera!

Il 7 novembre è partito il nuovo gruppo dei giovani di servizio civile nazionale all’estero per il progetto ACLI – IPSIA “Volontari per lo sviluppo sostenibile”, che li vedrà supportare le attività di formazione professionale, di promozione del turismo sostenibile, di animazione giovanile e di comunità, di sviluppo sostenibile e di tanto altro che saranno proprio loro a raccontarci.

Dove li abbiamo mandati per questo anno? Beh, non potevano mancare come sempre i Balcani, quindi anche stavolta siamo andati a “contaminare” e a farci “contaminare” in Bosnia Erzegovina con Irene e Nicholas, in Kosovo con Davide ed in Albania con Saimon e Marta.

Sempre presenti anche in Romania con Lucia ed Etta.

Ed infine, in Africa per ora solo in Mozambico con Nicolò ed Elisa e in Kenya con Federica e Gianella.

Certo, ormai sono passati più di due mesi dal loro inizio e sicuramente tutti avranno superato indenni la fase iniziale di spaesamento e di ambientamento, quindi buon servizio civile a tutti!

Riflesione dopo una nottata in pullman

Interminabili ore spese sui pullman sono il leitmotiv della mia esperienza nei Balcani. Ore e ore per raggiungere mete lontane e vicine, che raddoppiano inesorabilmente (sia le mete che le ore). Perché quando stai qui per un po’ ti rendi conto di tutte le cose imperdibili che devi assolutamente vedere: paesi, città, villaggi, montagne, laghi. E non finiscono più, anzi più visiti posti più la tua lista cresce, scopri posti di cui ignoravi l’esistenza e scopri che li devi assolutamente vedere. Perché questo posto è pieno zeppo di storia, natura e culture diverse. Allora decidi che forse ne vale la pena di farsi 15 ore di pullman per andare a vedere Sarajevo, Mostar, Kotor, Belgrado, Ohrid, Butrinto, la val Rugova, Berat, il Matka Canyon, Novi Sad, il lago di Scutari, le cascate di Strbacki Buk, il parco di Durmitor e quello di Plitvice, il monastero di Decani…
E durante quelle ore, durante tutte quelle canzoni turbo folk, attraversi monti, valli, laghi, fiumi e vorresti fermarti ad ogni curva, ad ogni vista mozzafiato che questa terra ti offre, spudoratamente, ad ogni angolo. Allora stai a guardare dal finestrino quello spettacolo passare e ti segni un appunto: “Qui ci devo assolutamente tornare”.

Riflessione dopo una nottata in pullman da Sarajevo a Prizren.12990897_10153591522148295_7530965548545117953_n

Liqeni I Ujmanit – Confine Serbia-Kosovo

I tempi lunghi della Cooperazione

Ci sono quei momenti in cui per qualche strano meccanismo mentale ti ritrovi a fare un rewind, un “fermi tutti, da dove ho iniziato?”. Le immagini e le sensazioni provate dal “Via!” iniziano, quindi, a susseguirsi e, una dopo l’altra, possono provocare un sorriso, un senso di nostalgia, di sorpresa o di turbamento talvolta.

Al mio recente rewind, che, per mia natura, sono solita fare con regolare candenza, non ho potuto non soffermarmi  sugli sviluppi e i cambiamenti che hanno coinvolto e stanno tutt’ora coinvolgendo sia me stessa, che le realtà che mi ciorcondano. Situazioni che sette mesi fa sembravano inaffronatbili ora sono ordinarie, relazioni difficili sono ora spontanee e naturali, linguaggi incomprensibili sensati e ordinari, missioni impossibili realtà in cambiamento. Sono piccole mutazioni, progressi, che se non ti ci soffermi non balzano agli occhi. Non ho costruito case, eliminato il problema della povertà nel mondo e reso ricchi i poveri, ma ciò non significa che il mio essere qui sia vano. La cooperazione  è un mondo per pazienti. E’ un mondo in cui il tempo non si calcola in ore; in cui la relazione vale più di un pezzo di carta timbrato (per quanto sia imprescindibilmente richiesto); in cui se vuoi verificare domani i risultati di ciò che hai fatto ieri cambia pure mestiere e se non sei disposto a “rimboccarti le maniche” e metterti in gioco in prima persona stai perdendo tempo. La cooperazione ha tempi lunghi, i tempi delle vite che coinvolge, direttamente o indirettamente e, nonostante ciò, non è detto che queste riescano a vedere  i frutti dell’operato di cui sono parte. Se il risultato finale è più importante del percorso che si fa per ottenerlo, è molto probabile che quest’ultimo ne verrà pregiudicato. Per questo, o credi in ciò che fai come i credenti credono in Dio, oppure, se ti aspetti di crederci solo quando potrai dire agli altri quanto sei stato bravo a realizzare il miracolo, lascia pure perdere.

ruzicaInsomma, dove sta il senso? Io credo che il senso stia nell’essere prima ancora che nel fare e in un fare condiviso piuttosto che nella mera iniziativa personale. “Siimo” dunque!.

Mozambico atto I.

Quanto più avanti si guarda, quanto più distante sembra essere il traguardo e ciò fa sì che le aspettative siano pesanti e pressanti, diventino quasi un fardello intangibile, più che i venti kg consentiti come bagaglio in stiva. Il tempo è il solo arbitro di questa partita chiamata “servizio civile”. Un arbitro con le sue regole, con le sue velate ammonizioni, dove non esistono squalifiche. “Chi ha tempo non aspetti tempo” è un detto che non è stato inventato da un mozambicano, perché l’unico che ha fretta per ora è quel chapa guidato dal tizio un po’ robusto con gli occhiali da sole e un leggero accenno di baffi, col suo comprador dalla consunta camicia a righe.

Le attese solitamente si protraggono; se si avverte la necessità di sentarsi, ecco spiegata la prima utilità delle capulane. Stoffe dal tessuto variopinto e geometrico, più o meno prodotte localmente. La qualità si riconosce esaminandone la fattura su entrambi i lati. Un metro per due di stoffa che diventa abiti, trapunte, borse, ma nella maggior parte dei casi esse rimangono così come sono, aggiustate un poco facendo l’orlo, e vengono usate dalle donne mozambicane nella vita di tutti i giorni. “La vera donna mozambicana non esce mai di casa senza la sua capulana”: la capulana non sostituisce la gonna ma veste sopra, allacciata nascondendo il portafogli, e pronte all’uso per ogni evenienza perché, come mi spiegava la cara Irmá Maria, “tutto può succedere” durante la giornata. Una pioggia improvvisa, e allora capulana sulla testa per proteggersi dalle gocce d’acqua. Se soffia dal mare una brezza pungente o se nei machimbombo entrano freddi spifferi d’aria delle prime ore del mattino, esse diventano caldi scialli. Per portare un bambino sulla schiena si avvolge la capulana ad esso e la si allaccia sul davanti. Bimbo sulla schiena, bacinella o sacchetto sulla testa e portamonete nascosto tra la capulana allacciata in vita, la donna mozambicana, in posizione perfettamente eretta è pronta a partire, aspetta all’ombra di un albero il prossimo chapa (se è fortunata nella tratta Ihassoro-Vilankulos potrà trovare passaggio sul minivan guidato da quel frettoloso dagli occhiali da sole di cui parlavamo prima) o a piedi sotto il sole per percorrere le distanze quotidiane.

A volte avranno fretta anche loro, e infatti erano tutti contenti di viaggiare così veloci in quel chapa del solito uomo robusto con gli occhiali e i baffi, stipati, sempre e comunque come sardine in un minivan che di posti ne ha 9 ma che trasporta fino a venticinque persone.

E intanto penso allo stridere di queste immagini cariche di caldo, odori e sabbia e insetti contro l’immagine delle porte dei vagoni della metropolitana che si aprono e si chiudono all’avviso sonoro, il nervoso saliscendi delle scale mobili e il rumore delle macchinette obliteratrici alla stazione della metropolitana di Avenue Louise.

Si aspetta che la pioggia passi, che arrivi il piatto ordinato un’ora prima, che la signora da cui stai acquistando le uova le vada a prendere a sua volta dalla cognata, il vicino aspetta che l’uomo della pompa dell’acqua torni “domani” a vedere se è tutto a posto, che il meccanico avvisato tre ore prima arrivi “subito” dopo un’ora di “ritardo”. Invece il rivenditore di lampadine elettriche del mercato si sta facendo fare barba e capelli, e non servirà nessun cliente prima che l’improvvisato barbiere abbia terminato il suo lavoro.

Il mercato è un intersecarsi sabbioso di costruzioni di lamiera e muratura e di merce esibita per terra stesa su teli e sacchi. Arriva prima l’odore del mercato del mercato stesso: l’odore del pesce è il più pungente fra tutti.

Rimango sempre piacevolmente sorpresa al mercato, vedo che c’è tutto il necessario e anche il superfluo – in altre parole c’è di più di quello che pensavo di trovare. Molti prodotti, pannolini e forcine per i capelli in primis, sono venduti al pezzo, più che al pacchetto.

Sui prodotti alimentari la concorrenza è inesistente, dato che tutti i venditori applicano lo stesso prezzo. Molta è la merce che viene dal Sudafrica, non solo i pomodori, i pochi cetrioli ma spesso anche le patate e le cipolle. Il riso viene dai paesi asiatici, più economico di quello prodotto localmente. Riso e patate sono due dei prodotti più consumati, almeno in quest’area, oltre alla xima, polenta di farina di mais.

Una sola volta ho trovato e acquistato una bella zucca, di circa tre chili, e sono andata avanti a mangiare zucca per una settimana: risotto con zucca, pasta con zucca, zuppa di zucca. Molti prodotti li acquisto da Lourenço, il contadino della mashamba vicino alla scuola, che per la missione coltiva anche bietole, melanzane, prezzemolo, basilico insalata e rape rosse.

Ai primi passanti del mercato chiedo dove si trova il venditore di carne, e riesco a ottenere solo direzioni evasive. Procedendo per la strada principale intravedo un paio di capre sulla sinistra ed eccolo lì, intento a scotennare un maiale (la prima carne di maiale che vedo) sotto un tavolo. Venditore di carne mi sembra un nome più appropriato di “macellaio”. Ritengo la macelleria un’arte, ne sono rimasta affascinata in quella macelleria là nel Limburg, tra celle frigorifere, coltelli e macchine per la trasformazione della carne in succulenti bocconcini à la belge.

L’uomo vende la carne del suo maiale a 170 mts al chilo. Gli domando se oltre a carne di maiale e di capretto tiene anche carne di vacca. Quella no, mi risponde, devi andare dal venditore più in giù, vicino al campo sportivo (che altro non è che un rettangolo sabbioso con rifiuti sparsi qua e là). Le indicazioni si rivelano essere molto precise, infatti il venditore di carne di vacca (più precisamente di bue) è al lavoro nel luogo indicato, come ogni venerdì. La testa del bue sta trionfale al centro del telo di plastica, e le mosche hanno già iniziato da un po’ a ronzargli intorno, nel caldo delle undici di mattina.

Torno a casa e trovo il vicino (quello che aspetta l’uomo della pompa dell’acqua che viene “domani” a controllarla) che si sta adoperando in vari lavori tra il cortile comune e la sua casa in previsione del natale. Non faccio in tempo ad avvicinarmi alla porta di ingresso che il solito gatto si annuncia con un miagolio, e lo trovo acciambellato sulla sedia in veranda. Gli insetti proliferano e ogni insetto che muore diventa cibo per altri insetti, in particolare le formiche, e nel giro di un’ora non ne resta più nulla.

La calura durante il giorno è a tratti insopportabile, sudiamo tutti indistintamente, le mie magliette si stanno tutte consumando dai frequenti lavaggi, dal sole, dal sudore.

Qui ci si ricorda del valore dell’acqua, della corrente elettrica, si gioisce quando si trova qualcosa di inaspettatamente gradito al mercato (come la zucca nel mio caso), sorrido di trionfo quando sullo chapa mi fanno il prezzo locale e non quello maggiorato per gli stranieri. Ascolto i discorsi della gente sull’aumento del prezzo di alcuni prodotti – dovuto alla svalutazione della moneta locale – specialmente sui prodotti di base come il pane, rincarato anche di cinque meticais nel giro degli ultimi mesi.

Lavo e conservo tutti i recipienti che possono tornare utili, specie se con coperchio ed ermetici, quel “tener da conta” così caro ai nostri nonni. Mi abituo mio malgrado a vedere tutti gli altri oggetti inutilizzabili (imballaggi del latte e latta soprattutto) e i rifiuti buttati più o meno indistintamente in un buco nella terra sabbiosa che, lattina dopo sacchetto, diventerà una piccola altura (ma tralascio per ora riflessioni sul problema dei rifiuti).

Imparo che qui quando una persona muore spesso se ne ricerca la causa in un feticcio, più che in una malattia, e che è proibito mangiare l’animale di cui si porta il nome (totem). Inhassoro, una striscia di terra sabbiosa di fronte all’Oceano, costellata di capanne, capre al pascolo, costruzioni diroccate, lodge turistici che hanno visto momenti migliori e una ventina di chiese disseminate su pochi km2 più o meno distanti dall’unica strada asfaltata, orgoglio dei locali, dove spesso gli ubriachi, bevuti fino ad essere privi di sensi, vengono investiti perché si addormentano sulla strada buia.

Nella canicola africana di una domenica srotolo la stuoia di vimini sul patio dell’asilo ora deserto per approfittare della luce del giorno, e rispolvero un libro di Paolo Rumiz nell’attesa di andare a conoscere personalmente i rilievi mozambicani.

Testa on, cuore on: action! Marciare per l’ambiente in quei di Bihać.

A metà ottobre  la postilla in una mail: “Ragazze riusciamo ad organizzare una marcia per l’ambiente a Bihać per la COP21?”. Una marcia? Sì, bello!! Ma come si fa?.

Inizia così e termina domenica 29 novembre con oltre un centinaio di persone che dalla piazza principale della città, sotto un sole che ha appena sciolto la prima neve, marciano sorridenti verso il parco dietro lo stadio dello Jedinstvo NK.

Uomini e donne, madri e padri di famiglia, lavoratori, ma soprattutto giovani, studenti e bambini. Tanti bambini sì, che inizialmente restii di fronte alle mie dita colorate, mi hanno circondata per avere il loro sole, fiore o nuvola disegnati sulla guancia. In una mano il palloncino colorato, nell’altra  un angolo di cartellone sintesi di un’istanza e si va! Si va a dimostrare che anche noi non restiamo immobili, che anche qui la Terra conta.

“Non fate costruire una centrale sul fiume Una!” apostrofa un anziano signore che incrocia sul marciapiede il nostro serpentone.  Guardo avanti e vedo i bambini,  colorati e divertiti, Haris con il megafono che li guida e la televisione locale che scatta foto. Mi guardo alle spalle e vedo gli studenti e amici a cui abbiamo rotto le scatole affinché diffondessero l’evento; ci sono tutti. Ci siamo quasi tutti e mi dispiace per chi non c’era, perché non sa la quantità di emozioni ed energia che si è perso.

Questa marcia è nata, non tanto e, non solo,  da mani esperte quanto da animi appassionati. E’ nata da uno scambio di idee tra noi di Ipsia e i membri delle associazioni che abbiamo coinvolto come partner (ABC e  il Parco Nazionale della Una).

Per tutto il periodo preparatorio, abbiamo fatto la spola tra un ufficio e l’altro, condiviso contenuti, accettato consigli e suggerimenti di chi più di noi conosce come funziona Bihać e i suoi Bisćani. Abbiamo  mediato tra ideale e realistico, tra leggerezza e creazione di significati che, seppur piccoli e semplici fossero incisivi, ma non abbiamo mediato sulla natura di questa marcia che volevamo fosse apolitica; una marcia di persone e non di simboli.

I cambiamenti di programma così come gli imprevisti, i ritardi e le piccole inadempienze sono state all’ordine del giorno ma di volta in volta, invece di gettare la spugna, ri-taravamo l’evento o rompevamo ancor di più le scatole. Ogni fatica è stata ripagata dal vedere un’idea comune prendere forma e soprattutto quella forma: giovane, gioiosa e, a dispetto delle più pessimistiche previsioni di tanti, numerosa.

Da quanta  felicità avevo in corpo, credo di aver ringraziato anche i canestri del campo da basket del parco in quella giornata, ma non c’è limite alla gratitudine per le cose belle e di valore. Hvala, grazie.

E il terzo mese se ne va..

Non par vero di aver trascorso in Kenya già 90 giorni, eppure il calendario dice che è cosi. Non l’avrei mai pensato ma tre mesi bastano affinché i luoghi diventino familiari e le attività quotidiane una routine.. come dico sempre io “è pazzesco”.

Di recente mi è capitato di vedere con degli amici un servizio al telegiornale sulla mancanza di acqua in una regione del Sud Italia e le “gravi conseguenze” che questa ha causato, prima fra tutte la chiusura dei bar. É naturale che la prima cosa che abbiamo pensato è stata: “se dovessero fare un servizio ogni volta che qui manca l’acqua non si parlerebbe di altro in televisione”. Ed è proprio così, non avere regolarmente acqua in casa qui è una cosa normale e anche a noi ormai non scoccia più di tanto dover uscire e aprire il rubinetto della cisterna per avere di nuovo acqua corrente. Perché si, noi siamo tra quelle persone fortunate ad avere ben due cisterne a casa.

Un altro discorso quando parliamo di corrente. Oggi, dopo cinque giorni, è finalmente tornata l’elettricità. In un paese in cui il sole cala alle sei di sera, rimanere senza luce non vuol dire solo farsi la doccia fredda ma anche trascorrere diverse ore nel buio più totale. Ore in cui i negozi sono ancora aperti e le persone probabilmente stanno ancora lavorando nei campi. Nonostante questo, niente si ferma e tutto procede come se nulla fosse – e sicuramente nessuno si sognerebbe mai di farne un servizio in televisione. Per fortuna è raro non avere elettricità o acqua per così tanti giorni – almeno nella zona in cui ci troviamo – ma è in ogni caso interessante, e se vogliamo divertente, vedere quello che persone di diversa origine e con stili di vita completamente diversi percepiscono come problemi.

Ho citato la mancanza di acqua e luce perché tutti noi lo abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita, è qualcosa di concreto che siamo in grado di capire. Tralascio volontariamente invece altre situazioni che ho avuto modo di vivere in questi tre mesi, come ad esempio l’evento di raccolta fondi in una scuola per disabili fisici e mentali in un luogo ai limiti del nulla oppure ancora, l’accoglienza travolgente riservataci in una scuola poco lontana dal nostro compound dove ci siamo recati per avviare un progetto di gemellaggio. Parlare di come queste persone affrontano certe sfide o della loro generosità verso completi sconosciuti sarebbe troppo difficile, io per prima ancora oggi rimango sbalordita di fronte a certe situazioni e non sarei di certo in grado di descriverle a parole.

Quello di cui sono sicura è che tutte queste esperienze e vivere a stretto contatto con realtà completamente diverse ti fa mettere in discussione ogni singolo aspetto della tua vita e primo fra tutti la tua scala delle priorità.

Si parla tanto di cultural shock prima di partire per un’esperienza all’estero, ma nessuno pensa mai allo shock culturale del rientro a casa. Sono convinta che il trauma del ritorno sia molto più forte di quello vissuto durante l’inserimento in un nuovo ambiente e dopo un anno in Kenya prevedo un difficilissimo riadattamento per me allo stile di vita e di pensiero italiano.

Che ore sono?

“Izvinite, koliko je sati?”. Seduta ad un tavolino di legno del parco di Bihac (quello di stampo austro-ungarico) che si affaccia sul fiume Una , alzo lo sguardo dall’agenda bianca sulla quale, già da un po’, tentavo di raccogliere i miei pensieri in maniera un po’ meno disordinata del solito. Un ragazzo con caschetto e muta, si è accostato alla riva con la sua canoa e mi fissa in attesa di una risposta. Sì, non può che essere rivolta a me quella domanda, ma soprattutto: l’ho capita!. Prendo il cellulare, leggo l’orario e un po’ impacciata gli rispondo: “Dvanaest do jedanaest”. “Jedanaest?” mi chiede stupito, “Da!” rispondo. “Hvala!”, “Molim!”. Detto ciò, imbraccia nuovamente la pagaia e riprende a remare sotto il sole domenicale. Passata l’emozione per aver capito cosa mi stesse chiedendo, mi accorgo di avergli detto l’orario sbagliato, che stupida! Quando imparerò a non farmi “fregare” dalle emozioni?.

A tre mesi dall’avvio di questa esperienza di Servizio Civile, constato definitivamente che una delle sfide maggiori a cui mi sta sottoponendo è non tanto, o non soltanto, l’acquisizione di competenze progettuali, ma il riconoscere le mie capacità ed i miei limiti e “lavorarci sopra”. Ad essere sincera, speravo di essere riuscita già ad arrivare a buon punto da sola dopo ventisette anni di vita, ma devo ammettere che, il distacco da tutti quei punti di riferimento e abitudini che in questi anni hanno contribuito a dare forma all’idea che ho di me stessa, mi ha provocato spesso non poco smarrimento. L’essere “qui” e non “lì” ha comportato la necessità di fissare nuovi paletti e aggiustare la mia percezione di tutto ciò che accade in me e attorno a me. E’ un po’ come avere in mano una matita e, come quando ero bambina, disegnare me stessa nel mio mondo (che nella mia infanzia era: io nel giardino di casa, con mia sorella o le amiche di scuola). Nel disegno di oggi la casa è diventata una kuca (parola che in bosniaco significa casa), il prato non è solo una striscia di verde orizzontale ed io non sono più la bambina con la gonna che tiene per mano le amiche di fianco all’albero dai frutti rossi (che, non so perché, ma non mancava mai nei miei disegni) mentre il sole giallo splende in alto, nell’angolo destro del foglio. Quella bambina oggi beve pivo (birra) – rigorosamente Preminger, che è quella prodotta a Bihac – stringe la mano ad amici che parlano una lingua piena di consonanti e cammina su distese di verde ancora più verde perché attraversate dal colore smeraldo delle acque del fiume Una. I frutti rossi sono la rosa canina, le corniole ed i lamponi che crescono in abbondanza sia nei sentieri del Parco Nazionale della Una che negli appezzamenti di terreno che le famiglie (soprattutto nei villaggi) coltivano con cura per poi fare scorte di marmellate, succhi e grappe che aiutano a sopportare meglio gli inverni rigidi. Anche oggi disegno il sole in alto a destra, ma questa volta con la consapevolezza che quello stesso sole, nel passato recente, qui ha illuminato cortili di casa in cui regnava la paura più che la spensieratezza, il dolore piuttosto che la gioia. Questa forse è la differenza più concreta eppure talvolta tanto difficile da concepire. Grazie a momenti di ascolto e condivisione con persone di cuore che ho incontrato in questi anni nelle terre balcaniche, ho compreso che non ci sono parole giuste o sbagliate per replicare al ricordo di passati ed esperienze diverse e spesso dolorose. Quel che conta adesso, qui, è la comune condivisione di un presente alla ricerca di un posto nel mondo. Un posto in cui abbiano valore e priorità le relazioni umane piuttosto che gli interessi politici ed economici, la meritocrazia e non la raccomandazione. Sono politici e denaro a farla da padrone in questo paese; burocrazia infinita e infinitamente corrotta, politici che non vedono oltre il proprio naso e giovani generazioni che, frustrate, pianificano il proprio futuro altrove. E’ forse tanto diverso questo “qui” dal nostro “lì”? A me pare proprio di no. Riprendo in mano la matita e disegno un lungo sentiero che dalla porta della mia kuca si dirama verso una meta ancora in definizione, anche questa volta non sarò da sola. Con me verranno quelle stesse emozioni che devo imparare a gestire e tutte quelle persone che di emozioni vivono. Comunque se avessi saputo che sarebbe bastata una domanda sull’orario a farmi fare ordine nei pensieri lo avrei imparato prima dello s12212323_10153306496543721_1671300894_n12231327_10153306495458721_668806277_ntudio di pronomi e aggettivi! Hajmo Bosna!